STORIA CAPITALE

Parte prima

Torino e Palazzo Carignano

Estate del 1870. Mese di agosto.

Il giorno 16 il resoconto stenografico della Camera dei deputati recita: “La seduta è aperta al tocco e mezzo”. Le calde vacanze di campagna degli onorevoli parlamentari, erano state improvvisamente interrotte da un telegramma: occorre recarsi subito in parlamento. Perché?

L’espressione tipica toscana dello stampato parlamentare non lascia dubbi.

Siamo a Firenze, precisamente a Palazzo Vecchio, dove dal 1864 si è trasferita la sede del Parlamento italiano, dopo che la capitale del giovane Regno d’Italia è stata spostata da Torino. Ma come si è giunti nella città di Dante? E cosa sta accadendo ancora di tanto importante per il Regno d’Italia?

La cosiddetta “questione romana” è di fatto un lungo rimpallo di responsabilità, di auspici, di richieste e di risposte, tra l’Impero francese ed il Regno italiano.

La Francia di fatto si era erta a difensore del Papa e del suo potere temporale sullo Stato Pontificio, o meglio su ciò che vi rimaneva dopo l’annessione al Regno d’Italia della Romagna, delle Marche e dell’Umbria, avvenuta con plebiscito nel 1860.

Questa sorta di protettorato francese sul Papa era di fatto esercitato con la presenza di truppe a Roma, intervenute anni addietro a seguito alla proclamazione della Repubblica Romana del 1848, poi soffocata nel sangue nel giugno 1849.

La Francia cattolica quindi, al cospetto delle altre nazioni europee e di tutto il mondo cattolico, si era assunta il compito di difendere il papato. Ma la Francia e il suo Imperatore Napoleone III avevano anche un rapporto altrettanto stretto con il nascente Regno d’Italia, e soprattutto con Casa Savoia e Re Vittorio Emanuele II, al quale per stringere ancor più i rapporti era stata chiesta la mano della figlia primogenita Clotilde, sedicenne e profondamente cattolica, per il trentasettenne principe Girolamo Bonaparte, trentasettenne e impenitente gaudente cugino dell’Imperatore di Francia.

Vittorio Emanuele II, che a sua volta era sposato con una cugina a sua volta figlia dell’Arciduca Ranieri d’Asburgo Lorena, quindi casato austriaco, dava il suo assenso. Il matrimonio sarà celebrato il 30 gennaio 1859, la vita di Clotilde cambiò radicalmente, e non in meglio.

Non dimentichiamo, però, le vicende familiari del giovane Re, che nel 1855 perdeva sia la madre, religiosissima, che la consorte. Sulla vita sentimentale del sovrano italiano sono stati scritti fiumi di inchiostro, il suo carattere esuberante sembrerebbe trovare risposta nella discendenza: si favoleggia che il figlio di Carlo Alberto, re gracile fisicamente e molto religioso, in realtà fosse morto in culla appena nato e sostituito all’istante con il figlio di un macellaio, vigoroso e vivace, la cui diversità probabilmente dette adito a queste dicerie.

Eppure, proprio lui doveva diventare il primo sovrano di una nuova nazione. Ed entrare da Re a Roma.

1861

1° dicembre 1860. Con l’ingresso a Palermo di Re Vittorio Emanuele II, ultimo atto istituzionale conseguente all’impresa dei Mille di Garibaldi, si chiude temporaneamente il percorso dell’Italia a divenire nazione. Mancano ancora, il Veneto con Venezia, il Trentino e la Venezia Giulia, ossia Trento e Trieste, ma soprattutto manca all’appello lo Stato Pontificio e la città di Roma, il simbolo millenario a cui tutti i politici guardano come futura capitale del nascente Regno d’Italia.

A seguito delle prime elezioni del nuovo parlamento sabaudo, a cui partecipano 418.696 elettori, che rappresentano solamente l’1,90% della popolazione residente, viene insediata nell’Aula di Palazzo Carignano a Torino la prima assemblea legislativa che, il 17 marzo 1861, approverà il disegno di legge presentato dal primo ministro Camillo Benso conte di Cavour che assegna a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d’Italia. E’ la nascita ufficiale del nuovo regno e, soprattutto, dell’Italia come nuovo Stato nel consesso internazionale.

La capitale resta quella del Regno sabaudo, ossia la città di Torino, ma da subito si guarda a Roma, la cui civiltà millenaria da sempre costituisce un catalizzatore per tutti coloro che hanno lottato per la realizzazione di una Italia unita. E nella seduta del 27 marzo 1861, la Camera approva “alla quasi unanimità”, il seguente ordine del giorno presentato dall’On.le Carlo Bon-Compagni di Mombello, emendato dal deputato Regnoli, che così recita: “La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l’indipendenza del pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto con la Francia l’applicazione del non intervento, e che Roma, capitale acclamata dall’opinione nazionale, sia congiunta all’Italia, passa all’ordine del giorno”.

Ma Roma è in quel momento a sua volta capitale di un altro stato, lo Stato Pontificio, sede del capo della Chiesa Cattolica, di quel Papa a cui guardano gran parte degli stati europei che professano la stessa fede religiosa, i cui sovrani sono pronti a difendere da aggressioni esterne.

Nello specifico, Roma è occupata dalle truppe francesi, che avevano soffocato le velleità della Repubblica Romana del 1848, ma che sono stati anche i fedeli alleati dei sovrani sabaudi nell’opera di espansione territoriale che aveva portato all’unità d’Italia. Insomma, un intricato labirinto politico e diplomatico di difficile soluzione.

Un uomo solo poteva essere capace a trovare la soluzione, colui che aveva proclamato, in appoggio all’ordine del giorno presentato dall’onorevole Bon-Compagni il 27 marzo 1861, “Noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo gran principio: Libera Chiesa in libero Stato”. Ma il conte di Cavour, perché di lui si tratta, il 6 giugno 1861 muore improvvisamente, a soli 51 anni, proprio mentre sta gettando le basi diplomatiche che avrebbero dovuto portare, alla fine di un non breve processo, all’annessione di Roma. Lasciava in eredità ai suoi successori una difficile questione, anzi la prima questione d’Italia: la “Questione Romana”.

Il 12 giugno 1861 il governo viene affidato a Bettino Ricasoli. Il 20 novembre il primo ministro affronta di petto la questione e presenta un progetto su Roma capitale, attraverso la mediazione dell’imperatore francese, Napoleone III. Ma questo non bastò a calmare il mai domo Giuseppe Garibaldi, sempre pronto a nuove imprese militari.

1862

Il 24 agosto 1862, un corpo di spedizione di 2.500 uomini al comando di Giuseppe Garibaldi sbarca in Calabria, nel porto di Melito, con un obiettivo in quel momento lontano anche geograficamente: la conquista di Roma. Quella che sembra essere più una provocazione che un serio tentativo militare, viene bloccato sul nascere sull’Aspromonte: il 29 agosto un reparto di Bersaglieri al comando del colonnello Emilio Pallavicini di Priola ingaggia uno scontro a fuoco con i garibaldini nella fitta boscaglia calabrese. Muoiono 7 bersaglieri e 5 garibaldini, quasi 50 sono i feriti tra ambo le parti, lo stesso Garibaldi rimane ferito ad una gamba, precisamente al piede destro.

Il fatto ha una grande eco in Italia e nel parlamento. Il governo, che deve comunque salvaguardare di fronte all’opinione pubblica internazionale il suo operato di politica estera, vorrebbe mettere a processo il grande condottiero.

Garibaldi nomina due difensori di peso: Pasquale Stanislao Mancini e Francesco Crispi.

Una prima breve parentesi la merita l’Avvocato Pasquale Stanislao Mancini. Nacque a Castel Baronia il 17 marzo 1817, dall’avvocato Francesco Saverio Mancini, marchese di Fusignano, e da Maria Grazia Riola. Studiò prima al Seminario di Ariano Irpino, poi all’Università di Napoli. Nel 1840 sposò Laura Beatrice Oliva ed ebbe undici figli, fra i quali Francesco Eugenio, ufficiale dei bersaglieri. In qualità di avvocato, era uno dei più celebri principi del foro in Italia, seguirà la causa di annullamento del matrimonio tra Giuseppe Garibaldi e la marchesina Giuseppina Raimondi. Per questa giovane nobile di fervidi sentimenti patriottici, il nostro Eroe, una celebrità internazionale che aveva ai suoi piedi centinaia di donne di tutto il mondo, aveva derogato a diversi suoi convincimenti, arrivando perfino a sposarsi il 24 gennaio 1860 con la giovane diciannovenne, lui ormai un maturo signore di 52 anni, in chiesa. Una missiva anonima, recapitata allo sposo lo stesso giorno delle nozze, rivelava i tradimenti amorosi di Giuseppina, che così venne all’istante ripudiata. L’annullamento del matrimonio porta la data del 1880 e fu uno dei grandi scandali dell’epoca.

Ma torniamo all’Aspromonte. Quella che potrebbe definirsi una farsa, ma non lo è per rispetto delle idee e dei morti che ha provocato, finisce con un nulla di fatto. Il matrimonio della figlia del Re d’Italia, Maria Pia di Savoia, celebrato il 6 ottobre 1862 con Luigi del Portogallo, porta in dote un’amnistia che di fatto annulla il processo a Garibaldi. Il primo ministro Rattazzi perde il posto. L’onore dei fautori della Patria era salvo.

1863

Ciclicamente torna alla ribalta la problematica di Roma. Il 25 maggio 1863, in carica è il Ministero Marco Minghetti, in occasione delle sedute conseguenti dell’inaugurazione della seconda sessione dell’VIII legislatura, l’On.le Urbano Rattazzi ripropone nel dibattito alla Camera dei deputati l’obiettivo di Roma Capitale.

La solennità della cerimonia di inaugurazione traspare dal resoconto stenografico della seduta. Siamo a Torino, precisamente a Palazzo Carignano, sede della Camera dei deputati del Regno d’Italia. Così l’incipit dello stampato: “Alle ore 10 ¾ antimeridiane le LL. AA. RR. Il principe di Piemonte, il duca d’Aosta e la duchessa di Genova appariscono fra gli applausi alla loro tribuna dell’aula della Camera dei deputati nel Palazzo Carignano in Torino.

S.M. vi fa ingresso alle ore 11 in mezzo ai vivissimi e prolungati applausi dei membri del Parlamento, e di tutte le tribune. La sala del Parlamento è affollatissima di gente; il Re avendo alla sua destra S.A.R. il principe di Carignano, si è assiso sulla sedia reale. Il ministro dell’interno, presi gli ordini del Re, invita i senatori e i deputati a sedersi”.

È un’epoca in cui la forma è soprattutto sostanza.

Ma torniamo a Urbano Rattazzi, già Presidente del Consiglio dei Ministri fino al 30 novembre 1862. Molto cauto, durante il suo ministero, sulla “Questiona Romana”, liberato dalle catene della diplomazia istituzionale, il 17 giugno 1863 pronuncia da semplice parlamentare un vibrato discorso, del quale riportiamo una breve parte relativa a Roma: “Io confesso, o signori, che ho provata una grande sorpresa allorché, precorrendo i documenti diplomatici, ho veduto che il Ministero aveva presa la deliberazione di mettere per ora in disparte questa questione, di non farne argomento né di trattative, né di richiami presso qualsiasi Governo, e questa sorpresa, o signori, mi fu tanto più grande, inquantochè veggo sedere nel banco dei ministri alcuni di quelli che facevano parte dell’amministrazione presieduta dall’onorevole barone Ricasoli, di quelli che ad ogni giorno ci venivano dicendo: Roma è nostra, le porte di Roma ci saranno fra pochi giorni aperte…”. E così concludeva la parte del discorso relativo alla città eterna: “A voi, signori, appartiene lo scegliere questo o quel sistema; a noi però spetta il compito d’indicarvi che non è il tempo di rimanere in silenzio, a noi incombe il dovere di indicarvi la necessità di agitare incessantemente questa questione per scuotere l’opinione pubblica, per non lasciar credere che questa in Italia non si preoccupi per nulla delle sorti di Roma, per impedire che si dica in Francia, come si disse nel Senato francese, che a Torino non si pensa più a Roma; poiché, o signori, quando sarà invalsa l’opinione che in Italia non si pensi più a Roma, e che le cose possano egualmente procedere senza lo scioglimento di questa questione, o signori, tutti saranno più facilmente inclinati a lasciare le cose nello stato in cui sono, e state certi che a quel giorno la questione di Roma sarà per noi sicuramente perduta. (Bene! Bravo! Nella Camera. Applausi dalle tribune)”.

Il discorso di Rattazzi è anche un’autoassoluzione all’operato del suo governo, un rimpallare le difficoltà incontrate, un accusare sottilmente di incapacità, insomma un intervento che, nel suo linguaggio politico, ancora oggi sentiamo spesso risuonare nelle aule parlamentari.

In realtà è tutta la questione del territorio ancora sotto il dominio straniero a tenere banco, soprattutto nella sinistra italiana, ancora in contatto nell’ombra con Giuseppe Mazzini, in esilio a Londra, e con Giuseppe Garibaldi, sempre pronto a raccogliere risorse economiche per affrontare nuove imprese militari. Ma sempre stroncate sul nascere dal governo in carica.