1864 Torino: l’ultimo tragico anno della Capitale sabauda

Parte seconda

Marco Minghetti era diventato Presidente del Consiglio il 24 marzo 1863, dopo che il predecessore, Luigi Carlo Farini, aveva dovuto rassegnare le dimissioni per gravi problemi di salute.

Il suo impegno era indirizzato alla normalizzazione amministrativa del Paese, ma come abbiamo visto, tante erano le sollecitazioni, Rattazzi in primis, che gli provenivano da tutti gli schieramenti politici per la soluzione della “questione romana”. E come al solito, era Garibaldi ad agitare le acque dei “rivoluzionari”. La sua figura giganteggiava sempre più nel panorama internazionale: l’11 aprile 1864 una folla oceanica di mezzo milione di persone lo accoglieva alla stazione ferroviaria di Londra, impiegò addirittura 6 ore per percorrere in carrozza i cinque chilometri che lo separavano dal palazzo del duca di Sutherland, che lo ospitava. Era una vera star, la cui luce però rischiava di oscurare il lavoro diplomatico del governo Minghetti, che tra l’altro paventava un intervento “garibaldino” contro lo Stato Pontificio e il Veneto che avrebbe messo in grave crisi STORIA CAPITALE

politica il Regno d’Italia e le sue istituzioni.

Il Capo del Governo, nella ricerca di una via di uscita ufficiale e spendibile a livello internazionale all’impasse romana, la trovava, non poteva essere altrimenti, intavolando una trattativa con i vicini francesi. Gli scopi della costituenda delegazione erano due: in primo luogo ottenere l’allontanamento delle truppe di Napoleone III da Roma, in seconda istanza creare le condizioni politiche per un futuro trasferimento della capitale del Regno d’Italia nella città millenaria, senza dover ricorrere alle armi.

Vennero incaricati due uomini. Il primo è un ministro plenipotenziario, Costantino Nigra, diplomatico di lungo corso, già fedele e apprezzato collaboratore di Cavour, spesso chiamato a trattare diverse questioni con Napoleone III, di cui godeva grande fiducia. L’altro è Gioacchino Napoleone Pepoli, imparentato con l’imperatore francese, con importanti entrature nella classe governativa d’oltralpe.

I due riesumano la trattativa che già Cavour aveva intrapreso nel 1861, prima della morte, e che era incardinata su due principi: il ritiro delle truppe francesi da Roma e l’assunzione dell’Italia del ruolo di difensore del papato.

Per la Francia la trattativa è condotta dal ministro degli esteri Edouard Drouyn de Lhuys, non certo una figura favorevole all’Italia. Era lui il ministro degli esteri che aveva caldeggiato l’intervento dei soldati francesi contro la Repubblica Romana del 1848, era lui che voleva sì dirimere la questione romana, ma nel senso di mantenere lo status quo, in questo appoggiato dalla comunità cattolica francese, era lui convinto ad impedire lo spostamento della capitale del Regno d’Italia a Roma.

Gli incontri però non riuscivano a comporre i desideri dei due attori, ciascuno dei quali non poteva perdere la faccia di fronte al governo e alla nazione. Fu Pepoli a tirare fuori il coniglio dal cilindro: in uno dei tanti rendez-vous, precisamente in quello del 21 giugno a Fontainebleau, lanciava la proposta di far ritirare le truppe francesi da Roma in cambio dello spostamento della capitale italiana da Torino ad altra città.

L’idea piacque da subito, anche perché aveva il merito levantino di essere interpretata in maniera opposta da italiani e francesi, in ciò accontentando tutti. Per i primi costituiva un ulteriore passo in avanti, di possibile avvicinamento fisico e geografico, a Roma; per i secondi, al contrario, era la definitiva rinuncia degli italiani a Roma capitale.

Su questo equivoco di fondo venne sottoscritto un trattato, firmato il 15 settembre 1864, ricordato come “Convenzione di settembre”, che però lasciò scontente tante autorità, prima fra tutte proprio Re Vittorio Emanuele II, che venuto a conoscenza della clausola a cose fatte, un grave sgarbo istituzionale, non esitò ad esclamare: “Ma che dirà Torino?”. L’unica concessione data al governo italiano fu quella di non inserire la clausola dello spostamento della capitale nel trattato, ma di aggiungerla in un Protocole segreto separato.

Ed eccolo il dettato normativo del trattato, rigorosamente in francese.

Art.1 L’Italie s’engage à ne pas attaquer le territoire actuel du Saint-Père, et à empêcher, même par la force, toute attaque venant de l’extérieur contre le dit territoire.

Art.2 La France retirera ses troupes des Etats pontificaux graduellement et à mesure que l’armée du Saint-Père sera organisée. L’évacuation devra néanmoins être accomplie dans le délai de deux ans.

Art.3 Le Gouvernement italien s’interdit toute réclamation contre l’organisation d’une armée papale, composée même de volontaires catholiques étrangers, suffisante pour maintenir l’autorité du Saint-Père et la tranquillité tant à l’intérieur que sur la frontière de ses Etats ; pourvu que cette force ne puisse dégénérer en moyen d’attaque contre le Gouvernement italien.

Art.4 L’Italie se déclare prête à entrer en arrangement pur prendre à sa charge une part proportionnelle de la dette des anciens Etats de l’Eglise.

Art.5 La présente Convention sera ratifiée, et les ratifications en seront échangées à Paris, dans le délai de quinze jours, ou plus tôt, si faire se peut.

In sintesi: “1. L’Italia si impegna a non attaccare lo Stato pontificio, e ad impedire anche con la forza ogni attacco che dall’esterno venisse contro quel territorio. 2. La Francia ritira le sue truppe entro due anni. 3. Il governo italiano acconsente all’organizzazione dell’esercito pontificio. 4. L’Italia si accolla parte del debito dello stato papale”.

Nel protocollo lo spostamento della capitale da Torino ad altra città: “Protocollo che fa seguito alla Convenzione segnata a Parigi tra l’Italia e la Francia, relativa alla partenza delle truppe francesi dagli Stati Pontifici. La convenzione firmata con pari data fra le loro MM. il Re d’Italia e l’Imperatore dei Francesi non si renderà esecutiva, se non quando sua M. il Re d’Italia avrà decretato il trasporto della Capitale del Regno nella città che sarà ulteriormente determinata da S.M. Questo traslocamento dovrà farsi tra sei mesi a datare dalla detta convenzione.”.

Il ministro italiano degli esteri, Visconti Venosta, controllava tutto da dietro le quinte, e approvava.

Le conseguenze furono subito tragiche per l’Italia. A Torino, il 21 e 22 settembre 1864 scoppiarono violenti tumulti a seguito della protesta della popolazione che non voleva il trasferimento della capitale. Le dimostrazioni terminarono con l’uccisione da parte delle forze dell’ordine di 55 persone ed il ferimento di altre 133, un fatto di sangue che lascerà un profondo segno nella genesi storica della nuova capitale.

La rivolta di Torino.

La storiografia ufficiale dà una versione della sanguinosa repressione della rivolta a Torino che, documentazione successiva, sembra in gran parte smentire.

Come già accennato, una clausola segreta della “Convenzione di Settembre” prevedeva il trasferimento della capitale da Torino in altra città italiana. Va detto che la questione non era nuova ed era già stata dibattuta dal governo italiano. Esigenze amministrative chiedevano che la capitale del regno, che aveva un territorio così esteso longitudinalmente, fosse spostata in un punto più centrale della penisola. Lo avevano chiesto il barone Gioacchino Napoleone Pepoli, nipote di Gioacchino Murat e senatore e ministro del Regno, uno dei delegati della Convenzione di settembre, e Ubaldino Perruzzi, Ministro dell’Interno del governo Minghetti, tra l’altro proprio di Firenze, che ancora nel giugno 1862 aveva asserito che era impossibile amministrare l’Italia da Torino. Voce autorevole era quella di Massimo d’Azeglio che nel 1861, nell’opuscolo “Questioni urgenti”, aveva affrontato la questione proponendo il trasferimento della capitale a Firenze. Insomma, il partito di Firenze Capitale era sorto molto prima della firma della convenzione con la Francia.

Non erano estranee alla scelta altre motivazioni extra politiche e che ancora riflettevano gli umori non sempre nobili e univoci del nostro risorgimento: l’impronta decisionista del piemontesismo, la burocratizzazione della nuova nazione nelle mani dei funzionari del regno sabaudo, la voglia di riscatto dei ceti politici meridionali, un’integrazione funzionale e amministrativa che doveva amalgamare differenti realtà sociali, spesso in contrasto tra loro o quantomeno diffidenti l’una con l’altra. Vecchi rancori mai sopiti pronti sempre a riemergere.

La clausola segreta, come spesso accade in politica e in cronaca, a pochi giorni dalla firma della convenzione perse la sua caratteristica peculiare e venne diffusa da un giornale, la Gazzetta di Torino. L’organo di stampa già il 20 settembre 1864 era uscito con un articolo che caldeggiava lo spostamento della capitale a Firenze, provocando l’opinione pubblica e contribuendo alla vigorosa protesta dei cittadini di Torino. In realtà, i torinesi sapevano che la capitale nel tempo sarebbe stata spostata, ma anch’essi chiedevano e auspicavano la proclamazione di Roma capitale, non certo Firenze. Per questa la sera stessa, diversi comizi in città vedevano la partecipazione dei cittadini che chiedevano ad alta voce “Roma capitale!”.

La mattina seguente, 21 settembre, ancora i cittadini di Torino si radunarono di fronte al municipio scandendo slogan per Roma capitale e bruciando copie del giornale incriminato. Come sempre accade, un gruppo di dimostranti, i più esagitati, si staccarono dal grosso per recarsi a Piazza San Carlo, dove era situata la tipografia della Gazzetta di Torino. Alle continue grida contro i giornali, la Questura, ubicata nella stessa piazza, fece uscire le Guardie di Pubblica Sicurezza che con le sciabole sguainate assalirono i manifestanti, picchiandoli a sangue e arrestandone alcuni.

La situazione precipitò la sera dello stesso giorno. Ancora un corteo spontaneo, invocante la liberazione dei prigionieri, si diresse verso il ministero dell’Interno, situato a Piazza Castello, scandendo ancora grida contro i politici, contro Napoleone e inneggiando a Garibaldi. Tra i cittadini si erano mischiati alcuni provocatori, che sembra non fossero altro che poliziotti borbonici in borghese, fatti venire appositamente a Torino per creare scompiglio e incitare alla rivolta. Il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, nel frattempo, aveva fatto schierare a difesa del ministero gli allievi Carabinieri, giovani inesperti e impreparati che, non si sa per quale ordine, spararono sulla folla senza dare preavviso. Si contarono i primi morti e feriti, mentre la folla si disperdeva tra urla e disperazione. Tra i morti, alcuni avventori seduti all’aperto in un vicino caffè.

La notte stessa, la città fu occupata da circa 20.000 soldati, fatti affluire per il timore di una rivoluzione. Invece, la giornata del 22 settembre trascorse abbastanza tranquilla, fino alla sera. Ancora una volta, a migliaia i dimostranti si radunarono nuovamente in Piazza San Carlo per protestare e ancora una volta gli allievi Carabinieri, schierati a difesa della Questura assieme ai soldati del 17° e del 66° Reggimento Fanteria, facevano fuoco sulla folla. Sul selciato, al termine del fuggi fuggi generale dei manifestanti, molti dei quali trovarono riparo dietro i fanti schierati e increduli di quanto stava accadendo, rimanevano 27 morti e decine di feriti. Una lunga scia di sangue che fece inorridire chi assistette alla tragedia avvenuta nel cuore di una (ex) capitale borghese, pacifica e produttiva. Non si esita, oggi, a definirla una vera e propria strage di stato.

I nomi dei complessivi 55 morti furono individuati dall’allora Ispettore Sanitario Dott. Rizzetti, che consegnò la lista al sindaco: il più giovane era un tipografo di 15 anni, il più vecchio un vetraio di 75, entrambi di Torino, come piemontese era la quasi totalità delle vittime. Tra i feriti anche il Col. Cesare Colombini, ufficiale del 17° Reggimento.

Molti testimoni intravidero dietro la strage provocazioni effettuate ad arte da delinquenti abituali prezzolati dal governo Minghetti, in particolare da Peruzzi e da Silvio Spaventa, sottosegretario all’Interno. La relazione d’inchiesta commissionata dalla giunta municipale di Torino al consigliere comunale Avvocato Casimiro Ara accenna ad un “accordo premeditato al mattino del 22 settembre di alcuni individui male in arnese, non parlanti il dialetto torinese, di abbruciare la sera la Camera dei Deputati”.  A Silvio Spaventa, oltre ad aver sobillato le due parti contendenti attraverso la parola e l’azione di personaggi poco raccomandabili fatti giungere da Napoli, sua città d’origine, è stato attribuito l’ordine di far fuoco sulla folla, fatto che lui stesso ha sempre negato.

23 settembre 1864. Il governo presieduto da Marco Minghetti è costretto alle dimissioni. In questo momento di grave crisi civile, Re Vittorio Emanuele II affida il governo ad un militare, all’istituzione alla quale spesso casa Savoia farà riferimento nei momenti più critici del Regno: il Generale Alfonso La Marmora, fratello di Alessandro, fondatore del Corpo dei Bersaglieri.

Il generale terrà per sé il Ministero degli Esteri, mentre il Ministro degli Interni sarà Giovanni Lanza e alle finanze andrà Quintino Sella.

Il 24 ottobre 1864, la seduta della Camera dei deputati che si tiene ancora a Torino, a Palazzo Carignano, si apre con un annuncio di La Marmora, che è anche uno degli atti più importanti della nostra storia patria: “Signori, …, ho l’onore di dar notizia alla Camera della convenzione conchiusa il 15 settembre fra il Governo italiano ed il Governo imperiale di Francia, dell’annesso protocollo in data dello stesso giorno e della dichiarazione scambiata fra i due Governi il 3 ottobre. Comunico inoltre alla Camera i documenti diplomatici relativi ai negoziati che precedettero tale accordo”.

Al breve ma significativo annuncio del capo del governo, segue l’intervento del Ministro dell’Interno, Giovanni Lanza.

L’on.le Giovanni Lanza è piemontese, di Casale Monferrato, più volte sarà ministro di ala moderata, potremmo inquadrarlo nell’allora centrosinistra. Giolitti dirà di lui che è “il perfetto uomo di buon senso”. Certamente gli sarà riconosciuto da tutti un rigore morale ed un chiaro sentimento di servizio alla nazione che non può che fargli onore. Non saranno poche le volte che porterà il suo contributo alla causa dell’Italia e di Roma. Lo incontreremo anche più tardi, nell’ora più importante.

Ed ecco l’esordio di Lanza in aula: “Signori, il protocollo che va annesso alla convenzione contiene una clausola la quale stabilisce che la convenzione non avrà valore esecutorio se non dal giorno che verrà decretato il trasporto della capitale in altra sede del regno. In adempimento di questa condizione, io ho l’onore, a nome del Ministero, di presentarvi un apposito progetto di legge nel quale è dichiarato il trasporto della capitale, ed è scelta Firenze per nuova sede del regno italiano”. L’ora è storica come poche altre, e Lanza richiama “considerazioni non solamente di alto interesse politico, ma di prudenza” che “consigliano che la Camera si attenga a questo partito”. Lui stesso “si affida nel suo senno per non dubitare che essa approverà la sua proposta”.

La notizia è ora ufficializzata in ambito politico, ma non è più una novità.

Intanto, l’eco delle proteste della coscienza civile di una pur giovane nazione, non possono non investire anche il parlamento italiano.

Pesa come un macigno la rivolta di Torino soffocata nel sangue, e se ne rende interprete l’On.le Mordini che nella stessa seduta del 24 ottobre appoggia con forza la richiesta dell’istituzione di una commissione d’inchiesta, presentata da diversi deputati, la prima di tante altre sulle stragi d’Italia, in quanto non “bastano le inchieste amministrative, e neppur basta, io credo, l’inchiesta giudiziaria…deve ad ogni modo interloquire la suprema podestà politica del paese, è questo è il vero fondamento dell’inchiesta parlamentare”. È una richiesta di “noi deputati di sinistra”, una forza politica che non ha certo i connotati politici assunti nel primo dopoguerra, ma che intende instaurare un rapporto più franco con i cittadini e pretende che “da noi si imprima nella mente e nell’animo della popolazione una piena e riposta fiducia”.

Il governo in un primo momento non è d’accordo. È ancora il ministro Lanza a rilevare che la “discussione per la propria natura e per i fatti veramente dolorosi che dovrebbero farne oggetto, non può non produrre una certa agitazione negli animi, una perturbazione, la quale è a prevedersi che non rimarrebbe chiusa in questo recinto, ma si comunicherebbe al di fuori con danno della cosa pubblica”.

Il momento è delicatissimo. C’è in ballo l’approvazione di una legge che di fatto sancisce un importantissimo trattato internazionale, che coinvolge uno stato amico, la Francia, e uno stato se non nemico, quantomeno di imbarazzante ingombro, lo Stato Pontificio. Il governo italiano sa che gli occhi di tutto il mondo cattolico, e non solo, sono in quel momento puntati su giovane regno. Una concomitante commissione d’inchiesta sulla morte di civili uccisi da fuoco amico metterebbe in gravissimo imbarazzo il nuovo governo e la stessa nazione.

 Il dibattito alla fine mette in luce che anche il governo, in ciò appoggiato dal precedente capo del governo On.le Minghetti, approverebbe l’istituzione di una commissione d’inchiesta, Lanza stesso afferma che “trova naturale che la Camera la faccia onde portare su di essi (n.d.r. fatti) la maggior luce”, quello che chiede è di non “avventurarsi prima dell’esame del trattato in una discussione così penosa”.

Il dibattito parlamentare è vivace. Dopo intervento dell’On.le Chiaves, si delibera l’istituzione della commissione, si discute sulla composizione e si approva la nomina di 9 membri scelti dal Presidente. Come si chiuse la vicenda?

Le conclusioni della commissione d’inchiesta, presentate alla Camera il 5 gennaio 1865, furono le seguenti:
La Commissione,

  1. Lasciando alla competente autorità giudiziaria l’apprezzare ed il punire, per quanto possa essere il caso, le vie di fatto imputate agli agenti della forza pubblica, ritiene che né dai documenti comunicati, né dalle informazioni assunte le risulti che quei fatti abbiano avuto luogo in seguito ad una provocazione che valesse a giustificarli od a scusarli;
  2. Ritiene che i Ministri nelle loro disposizioni, quali risultano dai documenti comunicati non si sono dipartiti dall’osservanza delle leggi;
  3. Deplora che in quelle occorrenze il Governo del Re non abbia spiegato quell’unità d’azione, quell’energia e quella previdenza che erano richieste dalla gravità delle contingenze, e che la Nazione abbia potuto essere indotta in errore circa la natura dei fatti che succedevano in Torino”.

E ancora: “Nei fatti luttuosi che noi deploriamo, e su cui i magistrati pronuncieranno il loro giudizio, non potrà trovarsi altro che il traviamento d’individui dimentichi delle severe esigenze della disciplina militare. E noi ci teniamo certi che i capi dell’esercito sapranno raffermarlo nella medesima perché cresca, degno del popolo libero da cui uscì, nel rispetto alla legge e nella devozione alla Patria”.

La relazione, portata all’attenzione dell’aula il 23 gennaio 1865, non sarà mai discussa.

Le inchieste della magistratura non porteranno ad alcuna condanna: saranno prosciolti tutti i responsabili politici; saranno giudicati ma non condannati alcuni giovani carabinieri, ignaro strumento di manovre politiche.

Il deputato Pier Carlo Boggio, torinese, avvocato e docente universitario, avrà sempre come obiettivo quello di scoprire i mandanti della strage della rivolta di Torino. Presenterà il 25 gennaio 1865 anche una proposta di legge con la quale garantire sussidi e pensione ai familiari delle vittime del 21 e 22 settembre, legge che non sarà mai ammessa alla lettura.

Re Vittorio Emanuele II sarà duramente contestato il 30 gennaio 1865, in occasione del ballo di carnevale a palazzo. Il monarca, amareggiato e deluso da Torino e dai torinesi, abbandonerà la città per trasferirsi a Firenze.

Il 28 aprile 1865, a chiusura della sessione parlamentare alla Camera, l’on.le Pasquale Stanislao Mancini, ancora lui, presenterà una mozione con la quale “La Camera, prima di separarsi, in nome d’Italia, esprime la sua riconoscenza al nobile patriottismo della città di Torino, della sua benemerita guardia nazionale e della sua popolazione, pei grandi servigi resi alla causa dell’italica libertà ed indipendenza, e fa voti che questa causa al più presto consegua il suo compiuto e definitivo trionfo”.