Firenze – Palazzo Vecchio

1864

STORIA CAPITALE

Parte terza

Durante la seduta del 24 ottobre 1864, il ministro dell’interno Lanza presenta il progetto di legge per il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Il ministro ottiene che lo stesso abbia carattere d’urgenza e, pertanto, subito discusso e votato. D’altronde la convenzione ha dei termini temporali molto stringenti, soprattutto lo spostamento della capitale deve essere effettuato entro i sei mesi successivi, in modo da far contestualmente decorrere il tempo necessario per la partenza delle truppe francesi da Roma.

È questa la clausola più sentita dalla politica italiana di entrambi gli schieramenti. Enunciato dalle parole della popolare canzone “Inno a Garibaldi”, “va fuori d’Italia, va fuori o stranier”, il sentimento espresso è quello di vedere finalmente la creazione di un Regno d’Italia che non debba più dipendere da governi stranieri, che i tanti stati e staterelli già controllati dall’estero, ora siano riuniti in un unico Regno d’Italia finalmente libero da imposizioni giuridiche e militari. Non dimentichiamo che in quel momento storico c’è ancora il Veneto in mano austriaca.

Vale la pena di evidenziare le parole dell’on.le Enrico Pessina, napoletano, componente della Commissione che in quel momento sta studiando il trattato, pronunciate durante la seduta del 7 novembre: “La Commissione è convinta che questo trasferimento della capitale apre la via all’uscita dei Francesi da Roma, apre una via alla cessazione dell’intervento straniero in Roma. Non è dunque l’ingerenza dello straniero nelle cose nostre ciò che abbiamo consacrato, e che speriamo che il Parlamento consacri, ma la cessazione di quella specie d’ingerenza che chiamasi intervento”.

I giorni seguenti il dibattito è alimentato da diverse figure parlamentari che riflettono i due principali schieramenti: quello filo-governativo, che intende risolvere la “questione romana” in maniera diplomatica, politica, senza traumi, anche accettando tempi lunghi per la sua soluzione; quello dell’opposizione, della sinistra, che è pronto anche a gesti eclatanti, se non estremi e quindi militari, pur di portare a compimento l’obiettivo di fare di Roma la capitale.

Posto che il trattato sottoscritto con la Francia non sarà posto al voto del parlamento, con ciò suscitando diverse proteste, il governo nega anche l’accesso agli atti diplomatici. L’on.le Boggio, che aveva presentato la richiesta, dovrà constatare che “se dovessimo accettare a piè di lettura le sue espressioni, alla minoranza più non rimarrebbe che un solo partito possibile: mettersi il cappello e andarsene via. (Segni di approvazione a sinistra – No! No! A destra)”. Uno spaccato di vita politica che ci fa riflettere sul cammino democratico percorso dalla nostra nazione in poco più di 150 anni di storia.

Durante i giorni del dibattito, nella seduta del 7 novembre 1864, giunge anche notizia di una nota ufficiale francese che, avendo fiutato gli umori della politica italiana, ribadisce la validità delle clausole della convenzione e la ferma volontà dell’Imperatore ad impedire il trasferimento della capitale del Regno d’Italia a Roma.

Boggio, deputato della sinistra, contesta aspramente le note francesi che così spiega:

Or bene, in questi sette punti nei quali è la sostanza di tutti io leggo scritto: « Les seules aspirations que la Cour de Turin considère comme légitimes sont celles qui ont pour objet la réconciliation de l’Italie avec la Papauté». Non parlate più di aspirazioni a Roma capitale o col papa o malgrado il papa. Se il papa e la Francia vogliono, potrà Roma essere forse un dì la nostra capitale, se no, no… E per rispondere fin d’ora a chi dice vedrete, la stessa nota, al numero quarto di quelle proposte, soggiunge: «La translation de la capitale est un gage sérieux donné à la France; ce n’est ni un expédient provisoire, ni une étape vers Rome».

Or bene, finché l’imperatore non abbia revocate queste dichiarazioni, tutti coloro che oggi ancora ci dicono che da Firenze si va a Roma, perchè Firenze è la tappa verso Roma, se hanno occhi veggano, se hanno orecchie intendano… (Bene! a sinistra)”.

Insomma: la Francia, anzi il suo Imperatore ed il governo che ne è portavoce, fa espressamente intendere che non vuole Roma Capitale del Regno d’Italia; dal canto suo il governo italiano, per il quieto vivere, cerca di smorzare i toni e prende tempo.

La dialettica si accende tra opposizione e Governo. La Marmora, che con fatica ha cercato di quadrare il cerchio degli interessi opposti francesi e italiani, rinfaccia a Boggio di non aver usato, come richiesto privatamente, cautela nelle sue esternazioni, rischiando così di compromettere la politica estera italiana.

La seduta si vivacizza, il centro-destra polemizza con la sinistra, è gli rinfaccia troppa “leggerezza” nell’affrontare questioni di politica nazionale. Gli animi sono surriscaldati, la discussione in atto viene rinviata ai giorni successivi.

E’ appena il caso di accennare ad altre proposte di capitale presentate nei giorni seguenti: Bologna, che l’on.le Giovanni Siotto Pintor reputava “capitale strategica”, e da un gruppo di deputati partenopei la proposta di Napoli.

Finalmente, nella seduta del 19 novembre 1864, la Camera dei deputati approva la “Legge per il trasporto della Capitale del Regno a Firenze”, con 317 voti a favore, 70 contrari e 2 astenuti. I due articoli sono così concepiti:

Art. 1 La Capitale del Regno sarà trasferita a Firenze entro sei mesi dalla data della presente Legge.

Art. 2 Per la spesa del trasferimento è aperto nella parte straordinaria del Bilancio dell’Interno, ed in apposito capitolo, un credito di L. 7.000.000 ripartito come segue:

Esercizio 1864 L. 2.000.000

Esercizio 1865 L. 5.000.000”.

Come si può immaginare, non mancheranno ulteriori polemiche in ordine alle spese da affrontare, un ulteriore esborso finanziario per un regno che certo non navigava nell’oro.

1865

Nell’anno in cui sono le questioni amministrative e finanziarie a tenere banco, non dimentichiamo che il nuovo regno deve procedere all’approvazione di tutta una serie di norme per unificare l’azione amministrativa, economica, finanziaria e giudiziaria, la “questione romana” viene al momento accantonata, anche se rimane sempre nell’ombra.

Nel mese di gennaio Re Vittorio Emanuele II, criticato dai torinesi, si trasferisce a Firenze, per tornare poi a Torino, dopo circa un mese, dietro le insistenze del sindaco e della giunta municipale. Nel frattempo, un gruppo di parlamentari piemontesi, tra i quali il già ricordato Boggio, formano una corrente politica denominata “Permanente” con l’obiettivo di appoggiare solo i governi che includano nella loro azione politica il trasferimento della capitale a Roma.

Il 28 aprile nell’aula provvisoria di Palazzo Carignano viene approvato per acclamazione l’ordine del giorno di ringraziamento a Torino, salutato con grida di “Viva il Re! Viva l’Italia!” e con l’auspicio dell’on.le Ranieri “A Firenze, poi a Roma!”. Il presidente accetta l’augurio.

Il 16 maggio si terrà sempre a Palazzo Carignano l’ultima seduta della Camera dei deputati a Torino, che si conclude con l’espressione del Presidente Giovanni Battista Cassinis: “Dio salvi il Re! Dio protegga l’Italia!”.

E intanto nel mese di giugno la capitale si trasferiva anche di fatto a Firenze.

Ma come accoglievano i fiorentini ed i toscani in generale la grande novità?

In realtà non benissimo, ne è prova il fatto che di quel breve periodo di Firenze capitale anche oggi non vi è una forte traccia.

Già durante il dibattito di novembre, l’on.le Ferdinando Petruccelli, di Potenza, affermava “Quanto a Firenze, o signori, tempo, spazio, storia le sono contrari”. Non meno tenero il barone Bettino Ricasoli, fiorentino, già capo del governo, che definì la scelta per Firenze “un’amara tazza di veleno”, e Gino Capponi, illustre uomo politico e di cultura fiorentino, ebbe a scrivere: “Firenze, in procinto di farsi capitale, è quasi una fanciulla che, senza passione, stia per uscire dallo stato verginale”. Un paragone molto forte per l’epoca, ma che sicuramente intercettava l’umore di una cittadinanza orgogliosa del suo passato di libertà e scettica verso il nuovo indirizzo piemontese.

Creava problemi l’individuazione dei palazzi che dovevano ospitare le tante sedi istituzionali che traslocavano da Torino: per la Camera dei deputati si scelse come aula il “Salone dei Cinquecento” di Palazzo Vecchio, per il Senato l’aula della Corte d’Appello nei vicini Uffizi, poi trasformata nel Teatro Mediceo di nuova costruzione.

Il 18 novembre nell’Aula di Palazzo Vecchio si inaugura la IX Legislatura. Vittorio Emanuele II, nel suo discorso fa un unico breve accenno a Roma capitale, peraltro senza nominarla: “La pienezza dei tempi e la forza ineluttabile degli eventi scioglieranno le vertenze tra il Regno d’Italia ed il Papato. A noi frattanto incombe di serbar fede alla Convenzione del 15 settembre, cui la Francia darà pure, nel tempo stabilito, esecuzione completa”.

Il regno si sta incamminando in un’altra grande battaglia: la soppressione delle Congregazioni religiose e la ricerca di un accordo con il papato. Per ora Roma può attendere.

1866

La Francia è un ostacolo per Roma, ma è anche una grande amica dell’Italia.

Si addensano nuove nuvole di guerra in Europa, coinvolte l’Austria e la Prussia. L’Italia ha firmato l’8 aprile un trattato d’alleanza con la Prussia. La Francia è sempre al centro quale arbitro e riceve dall’Austria la disponibilità alla cessione del Veneto all’Italia in cambio della sua neutralità in un conflitto austro-prussiano. Ma non se ne fa nulla.

Il 21 giugno Bettino Ricasoli annuncia alla Camera che l’Italia ha dichiarato guerra all’Austria e che da quel momento sarà lui il capo del governo, considerato che il generale Alfonso La Marmora è partito per il fronte quale capo di stato maggiore dell’esercito.

Sappiamo bene che sul campo di battaglia l’Esercito italiano della nuova nazione, alla sua prima prova, non ottenne risultati dagli esiti felici. Complici gli aperti dissidi tra i generali La Marmora e Cialdini, pesarono le sconfitte subite a Custoza il 24 giugno 1866, con conseguenti dimissioni, poi respinte, dallo stesso La Marmora, e soprattutto quella sul mare nei pressi dell’isola di Lissa, 20 luglio 1866. Tra l’altro in questa battaglia moriva l’on.le Carlo Boggio, imbarcato come osservatore sul “Re d’Italia”, affondata lo stesso giorno 20 dai cannoni delle navi imperiali.

La guerra fu vinta dalla coalizione italo-prussiana grazie alla vittoria dei tedeschi a Sadowa il 3 luglio 1866, mentre il 10 agosto, dopo aver sbaragliato gli austriaci a Bezzecca, Giuseppe Garibaldi in Trentino con i suoi uomini e lui sì vittorioso, pronunciava il celebre “Obbedisco!” all’ordine di arrestare l’avanzata.

 Pochi sanno però del ruolo avuto dai bersaglieri nella guerra, un ruolo che poteva modificare il corso della storia, se un altro “Obbedisco” non avesse messo fine alle vittorie dei nostri fanti piumati.

Mentre La Marmora si incaponiva a Custoza, il suo alter ego, il Gen. Enrico Cialdini, suo fiero oppositore, con 4 divisioni passava il Po e l’11 luglio entrava con le sue truppe a Rovigo liberandola dagli austriaci. Per chi avesse ancora nostalgia dell’impero asburgico, riproponiamo un breve passo delle cronache dell’epoca: “I dintorni di Rovigo furono oggetto particolarmente di crudeli devastazioni. Tutta la campagna, narrava un corrispondente dell’Opinione, per un terreno circostante di 40.000 pertiche censuarie (ogni pertica censuaria corrisponde a 1000 metri quadrati), venne ridotta a deserto. Gli alberi tutti di questo vasto spazio vennero tagliati; tutte le case atterrate, ossia circa 800, fra cui parecchi superbi palazzi. Il raccolto è perduto; le famiglie povere non hanno più né cibo né tetto. Il raggio di questa devastazione si estende attorno alle fortificazioni per un chilometro”.

Le truppe di Cialdini occupavano il Veneto, il 14 luglio erano a Padova, il giorno successivo liberavano Vicenza, Treviso e Schio. Comandava una delle divisioni di Cialdini, esattamente la 15^, il generale Medici del Vascello. Ai suoi ordini fanti, cavalleggeri e bersaglieri. La divisione giunse il 21 giugno a Bassano (non ancora “del Grappa”), davanti si spalancavano le porte della Val Brenta, che dritta dritta conduce al confine con il Trentino e alla Valsugana, porta d’ingresso per Trento.

Medici è un generale capace, già garibaldino, protagonista della repubblica romana che difende nel giugno del ’49 dalle truppe francesi a Porta San Pancrazio, e le sue truppe sono valorose. L’ordine è di valicare i confini e dare battaglia agli austriaci in fuga entro il Trentino. Occupata il 22 luglio Primolano, il giorno successivo le truppe italiane circondavano Borgo in Valsugana, in pieno territorio dell’impero asburgico. Un battaglione di bersaglieri veniva inviato sopra il castello della città, ed ecco cosa racconta un testimone dell’epoca: “L’attacco di Borgo cominciò con pochissimo fuoco per parte nostra, con molto per parte loro. Si entrò in paese correndo e gridando; furono inseguiti gli austriaci lungo la strada, furono cercati nelle case; fu scavalcata una gagliarda barricata; furono inseguiti ancora al di là di Borgo, ma non raggiunti mai perché il passo di chi fugge trova sempre modo di essere più veloce del passo di chi insegue”.

I bersaglieri, fanti, cavalleggeri e artiglieri italiani combattevano da due giorni senza sosta, erano a corto di viveri, munizioni, stanchi per aver percorso a piedi chilometri in territorio nemico. Occupata Borgo, Medici chiese loro un ultimo sforzo. I reparti austriaci erano in rotta, occorreva proseguire almeno fino a Levico e Caldonazzo, da lì solo dieci chilometri separavano la divisione italiana da Trento.

 Levico fu occupata il 24 luglio alla baionetta, senza sparare un colpo, come da ordine di Medici. Il racconto di un testimone dell’epoca è ancora palpitante e attuale: “Innanzi di arrivare in un punto detto la Madonna, gli austriaci ci hanno fatto fuoco, forse a nemmeno 100 passi di distanza. I soldati allora, ed era umanamente naturale, piegarono un momento; ma spinti da tutti noi, dal grido di avanti, avanti, dai tamburi, dalle trombe, dagli urli di Savoia e di viva l’Italia, fecero fronte al fuoco del nemico e corsero per altri 50 passi. Nuova scarica degli austriaci, questa volta ricevuta con più gagliardo petto: Avanti, ragazzi! Questo è il momento di farli scappare; non fate fuoco; gridate Savoia; scappano, rincorreteli! Così per ben 15 minuti durò l’attacco alla baionetta, con grandissimo valore dei battaglioni del 28° fanteria e dei bersaglieri che vi presero parte, i quali ebbero la grande virtù di spingersi avanti senza rispondere al fuoco degli austriaci. Pur troppo da parte nostra caddero varii feriti e varii altri morirono sul colpo; ma il sagrifizio è anche troppo largamente compensato dalla presa di Levico, fatta in modo così singolare, e dai feriti nemici, i quali per la maggior parte furono colpiti dalle nostre baionette”.

E quando già tutti erano pronti ad avanzare in direzione della città di Trento, il 25 luglio alle ore 15 giunse un dispaccio urgente di La Marmora che ordinava a Medici il cessate il fuoco e l’inizio di una tregua. Medici è costernato, i suoi soldati dopo tanti sacrifici patiti basiti ed increduli. La politica stava vincendo sui tavoli della diplomazia.

Il 9 agosto giunse l’ordine definitivo di cessare il fuoco e di ripiegare a Primolano. Trento rimarrà solo un miraggio, occorrerà un’altra ben più sanguinosa guerra perché la città diventi italiana.

Garibaldi, che con Medici era in stretto contatto, così gli scrisse al termine della guerra: ““Era brama generale nostra il potere con te e la tua valorosa divisione occupare Trento, e quindi cacciare insieme gli Austriaci da tutto il Trentino, ma purtroppo sperammo invano. Accogli una parola di lode, ben meritata, per i brillanti fatti d’arme da te compiuti nella Val Sugana. Fatti che provano quanto il nostro Esercito, ben condotto, come lo era nel secondo periodo delle sue operazioni per la destra, avrebbe potuto gloriosamente spingere alla meta le giuste aspirazioni di questa Nazione disgraziata”.

Stavolta l’Eroe aveva doppiamente ragione.

Il 3 ottobre 1866, a Vienna fu sottoscritto il trattato di pace tra: “Sua Maestà il Re d’Italia e Sua Maestà l’Imperatore d’Austria avendo risoluto di stabilire fra i loro Stati rispettivi una pace sincera e durevole: S.M. l’Imperatore d’Austria avendo ceduto a S. M. l’Imperatore dei Francesi il regno Lombardo-Veneto: S.M. l’Imperatore dei Francesi dal canto suo essendosi dichiarato pronto a riconoscere la riunione del detto regno Lombardo-Veneto agli Stati di S.M. il Re d’Italia, sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”. Il 21 ottobre gli abitanti di Venezia si pronunciarono, praticamente all’unanimità, per l’annessione al Regno d’Italia ed il 7 novembre la città accolse in trionfo Re Vittorio Emanuele II.

Ma il contenzioso tra i due stati non doveva finire qui.

Intanto, l’11 dicembre, come previsto dalla Convenzione di Settembre, le truppe francesi lasciavano Roma.