Roma – Mentana

STORIA CAPITALE

Parte quarta

1867

Il 17 gennaio 1867 viene presentato alla Camera un progetto di legge, a firma del ministro delle finanze Antonio Scialoja e del ministro di grazia e giustizia Francesco Borgatti, avente come titolo “Libertà della Chiesa e liquidazione dell’asse ecclesiastico”.

La legge ha il fine di abolire tutti i privilegi della Chiesa cattolica in Italia, in cambio della rinuncia della stessa all’exequatur sugli atti del papa e al placet sugli atti delle diocesi.

Ma il paese è ancora fortemente cattolico, in piazza si accendono manifestazioni contro la legge, subito vietate dal governo, ma di fronte alla conseguente polemica il primo ministro Ricasoli rassegna le dimissioni. E, come sempre in Italia, si torna al voto.

Dalle urne del 17 marzo ne esce una legislatura, la decima, che sostanzialmente lascia gli equilibri politici inalterati. Ricasoli, rimasto provvisoriamente al governo, non trova appoggi e abbandona l’incarico. Gli subentra, nominato dal Re, Urbano Rattazzi, che modifica in maniera profonda la compagine governativa.

Intanto cresce il disavanzo pubblico. Si parla di nuove tasse, di liquidazione dell’asse ecclesiastico per far cassa, ma altro si sta muovendo dietro le quinte.

Nel momento in cui all’alba dell’11 dicembre 1866 le ultime truppe francesi ammainavano la bandiera da Castel Sant’Angelo per tornare in patria, sembrava agli ancora tanti mazziniani e garibaldini che fosse finalmente giunto il momento di prendere con la forza quello che il governo italiano ancora non riusciva ad ottenere con la diplomazia. Roma, libera dalle truppe di occupazione francesi, si offriva finalmente all’invasione, alla conquista, all’annessione al Regno d’Italia.

Dai primi mesi del 1867, volantini, opuscoli, giornali di propaganda, tutti i mezzi di informazione possibili vennero messi in campo per eccitare gli animi, ma soprattutto per raccogliere volontari per l’impresa e fondi patrimoniali, sempre necessari per armare e nutrire un esercito non regolare.

Non si tralasciò di fare opera di persuasione nello stesso Stato Pontificio, nella stessa Roma, che però rispose freddamente alle voci delle sirene annessioniste.

Il più attivo era proprio Giuseppe Garibaldi. Ancora scottato dal ferimento in Aspromonte, non tralasciava di affermare il suo diritto di entrare per primo nella città eterna, lanciando anche un prestito nazionale chiamato “Obolo della libertà”, in chiara contrapposizione con l’Obolo di S. Pietro, al fine di raccogliere fondi per la nascente impresa. Ai primi di settembre, senza più filtri, non esitava a esternare pubblicamente il suo pensiero al Congresso internazionale della pace che si svolgeva a Ginevra.

Tutta questa frenesia non poteva passare inosservata in Italia e, soprattutto, in Europa.

La Francia osservava preoccupata il radunarsi di volontari ai confini con il Papato, non si fidava di Rattazzi, capo del governo, temeva l’improvvisa inefficacia della ancora valida “Convenzione di Settembre”. Non erano lontani dalla realtà. Per precauzione, il 22 settembre sbarcava al porto di Civitavecchia e raggiungeva Roma una legione addestrata dal generale francese Aurelle de Paladines, denominata la legione di Antibo. La Convenzione di Settembre sembrava traballare sotto i colpi dell’opposizione al governo italiano, la Francia intendeva cautelarsi.

Re Vittorio Emanuele II a parole disapprovava l’impresa di Garibaldi, ma nel cuor suo era pronto a muovere le truppe in territorio pontificio; il pretesto era: “a difesa” del Papa. Rattazzi negava di fronte ai governi europei, ma in cuor suo credeva di poter ripetere le gesta garibaldine del 1860 che avevano portato all’annessione dell’Italia meridionale. Insomma, ancora una volta si assisteva al gioco delle parti. A scanso di equivoci, anche per dare un segnale alla Francia, Garibaldi il 23 settembre veniva arrestato e condotto ad Alessandria, passando in mezzo all’esercito che lo acclamava. Dovette essere liberato pochi giorni dopo per la pressione popolare e condotto in forzato soggiorno a Caprera.

Intanto il suo esercito garibaldino era ormai pronto ad attaccare, i suoi comandanti ruppero gli indugi e varcarono i confini dello stato pontificio, contando anche in una possibile insurrezione popolare. Ma le cose andarono molto diversamente dai desideri di tutti.

Negli scontri del mese di ottobre, gli zuavi pontifici sconfissero a più riprese sul campo i volontari. Garibaldi nel frattempo fuggiva da Caprera per mettersi personalmente a capo delle sue truppe, ma trovava un ostacolo molto più forte di un esercito: l’indifferenza del popolo romano. Vuoi per la fedeltà al Papa, vuoi per la paura di dover subire nuove tasse dal nuovo Stato, vuoi per espiare le colpe che, a dire dei prelati, avevano provocato una epidemia di colera nelle campagne romane, insomma il popolo accolse freddamente, anzi non accolse proprio, l’Eroe dei due mondi. L’insurrezione rimaneva nel cassetto dei desideri.

Il 26 ottobre Garibaldi con i suoi uomini si palesava a Monterotondo, prendeva il comando del suo esercito, mentre varie colonne di volontari stavano convergendo verso Roma. L’impatto è positivo: vince subito una battaglia a Monterotondo. Sono invece momenti di confusione a livello politico. Dimessosi Rattazzi il 18 ottobre, il successivo giorno 27 si formava il governo di Luigi Federico Menabrea, generale dell’esercito, e il re proclamava di fronte all’Europa di disconoscere il tentativo garibaldino di liberare Roma.

Sembrò questo un via libera all’intervento francese. Il 30 ottobre giungevano a Roma le truppe di Napoleone III, mentre Garibaldi dopo iniziali successi vedeva sfaldarsi il suo esercito. Ormai l’impresa era diventata impossibile. E proprio quando tutto stava terminando, il 3 novembre a Mentana i garibaldini, ormai in ripiegamento, si scontravano contro le truppe pontificie che li stavano aspettando al varco. La battaglia infuria, entrano in campo anche i reparti francesi che, armati di moderni fucili, ebbero facile gioco a vincere sul campo.

La guerra è terminata nel peggiore dei modi, con una sconfitta. Secondo i resoconti, sempre incerti, sono caduti sul campo di battaglia 150 garibaldini, feriti circa 240 e ben più di 1.000 prigionieri, che Pio IX visiterà nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Pochi giorni prima, a Villa Glori, nell’indifferenza e nel silenzio, erano morti i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli.

Mentana non è solo una sconfitta militare di Garibaldi, ma è anche il frutto del cambiamento dei tempi, che non sempre sono compresi da chi per anni conduce la stessa politica, convinto che la riproposizione dello stesso schema porti sempre allo stesso risultato.

Garibaldi venne ricondotto a Caprera, i militari francesi rimasero a Roma. Ma è in campo politico che si riflettono in negativo le sconfitte patite dall’Eroe sul campo.

Il 5 dicembre 1867 riapriva la Camera dei deputati, era eletto presidente Giovanni Lanza e si presentava al parlamento il nuovo Presidente del Consiglio, il generale Luigi Federico Menabrea. Ancora una volta il re si era rivolto all’istituzione che più stava a cuore alla monarchia, che più poteva garantire la continuità della politica sabauda, che più rappresentava un argine alle intemperanze parlamentari: l’Esercito.

Ovviamente il primo tema in discussione non poté che essere il fallimento dell’azione militare terminata tragicamente a Mentana. Gli animi sono da subito caldi: governo e opposizione si rinfacceranno anni di politica estera, le due anime politiche che hanno come obiettivo Roma capitale, ma con metodi diversi, useranno toni sempre più esasperati.

Il governo non vuole azzardi. La nuova nazione nata nel continente europeo ha cercato e trovato i primi riconoscimenti a livello internazionale, occorre stabilire nuove relazioni diplomatiche e farsi accettare nel contesto politico mondiale. Il Papa, guida dei cattolici di tutto il mondo, non può essere trattato come il sovrano di uno staterello qualsiasi pre-unitario, tutti gli occhi sono puntati sul governo italiano e sugli atti che intende adottare in merito. In sottofondo, ci sono rapporti non solo politici, ma anche economici e militari che spesso sono sottoposti a condizioni non apertamente espresse, ma di uguale valenza impositiva.

L’opposizione, invece, è ancora ancorata agli schemi che hanno portato all’unità d’Italia: l’insurrezione popolare, la richiesta di soccorso, l’intervento armato, più o meno ufficiale, la volontà di unirsi al Regno d’Italia espressa tramite plebiscito. In tutto questo, una figura di peso rilevantissimo, Giuseppe Garibaldi, un uomo che ha tessuto relazioni internazionali tali quasi fosse lui stesso uno stato nello stato; poi un’altra figura moralmente rilevante, Giuseppe Mazzini, mai accettata dal governo, ma faro di riferimento per migliaia di patrioti. Gli ostacoli sono chiari: la Francia, che sembra tradire tutte le promesse e che offre il suo aiuto sempre e solo per il proprio tornaconto; il Papa, contro il quale vi sono anche pregiudizi religiosi di chi non abbraccia la fede cattolica, e non sono pochi in parlamento. Infine il governo italiano: titubante, mai netto nelle decisioni, sempre prono alle richieste di Napoleone III e succube della politica francese, privo di una visione politica concreta che sappia determinare azioni e tempi per giungere ad ottenere Roma Capitale.

Per chi è interessato, di seguito alcuni passaggi significativi degli interventi alla Camera dei deputati, ricordiamo l’unica elettiva, dove ha voce il cuore pulsante della nazione.

Seduta del 5 dicembre 1867

Parla il Presidente del consiglio MENABREA: “Dunque l’Italia è e sarà. Ma esaminiamo, o signori la sua condizione topografica.

“Tra le provincie meridionali e le altre esiste un piccolo Stato che occupa il cuore, direi, dell’Italia, quel punto in cui convergono le principali comunicazioni fra il nord ed il sud. Ed in quello Stato si trova la città la più illustre del mondo, la città che è la gloria d’Italia ed alla quale si riferisce la pagina più grande della sua storia. Questo Stato è lo Stato pontificio, e quella città è Roma.

Ebbene, signori, questo piccolo Stato è un ostacolo alle rapide comunicazioni che debbono esistere fra le varie provincie del regno; è un ostacolo grave, e bisogna dire che se quel Governo si prestasse a rendere le comunicazioni meno difficili, forse l’inconveniente che ne deriva sarebbe più sopportabile; ma, al contrario, vediamo che agli ostacoli naturali se ne aggiungono degli altri. Le comunicazioni con Roma sono più difficili di quello lo siano le comunicazioni dell’Italia coi paesi stranieri, e si può dire che Roma è più isolata dall’Italia di quello che lo sia qualunque altra capitale…

Ma, signori, qui si presenta un’altra questione, ed è la questione del pontefice, il capo supremo della Chiesa cattolica. Quel capo non può avere altra sede che a Roma, perchè è là l’origine del cattolicesimo, è là che vi sono tutte le sue tradizioni. Dunque il sommo pontefice deve stare a Roma.

E non crediate, o signori, che quella potenza, che è debole materialmente, non sia forte per altri riguardi. Sì, signori, quella potenza nella sfera della sua azione è grande e forte. D’altronde noi apparteniamo ad una nazione essenzialmente cattolica, ed il nostro primo dovere è di rispettare il capo supremo della religione della grande maggioranza dei nostri concittadini. In conseguenza, non è colla forza né colla violenza che si può andare a Roma; ogni tentativo, quand’anche riuscisse momentaneamente, non potrebbe avere duraturo successo; ma è con altri mezzi che bisogna andarvi. Ed io dirò che il Parlamento nazionale, nella celebre seduta del 27 marzo 1861, ben lo riconosceva e lo dichiarava; e possiamo dire che coloro i quali hanno varcato il confine pontificio per andare a mano armata a Roma, hanno violato il voto del Parlamento.

Colla moderazione, e la nazione raggiungerà il suo intento tanto più rapidamente, quanto più noi ci mostreremo potentemente organizzati e forti all’interno ed inspireremo fiducia all’estero, facendo rispettare il principio di autorità per cui rimanga convinto il pontefice che egli non ha bisogno di andare a chiedere aiuto e protezione all’estero, ma che egli deve trovare la sua principale ed efficace protezione nell’Italia. (Bravo !)”.

Seduta del 9 dicembre 1867

L’on.le Sella propone il seguente ordine del giorno: «La Camera, immutabile nel suo concetto sul programma nazionale, confida che col progresso, e mediante l’ordinamento interno, Roma, acclamata capitale dall’opinione nazionale, sarà congiunta all’Italia, e passa all’ordine del giorno.»

Quintino SELLA. “Di più io credo, signori, che sono pochi quelli i quali non sentano la gravità della questione romana e il divario che corre fra il pontefice ed i regnanti che vennero espulsi dal suolo italiano. Credo che siano pochi quelli i quali non capiscano che per giungere a Roma, e soprattutto per mantenervisi, è indispensabile una politica leale e pacifica, la quale tranquillizzi le potenze estere, imperocché, giova rammentarlo, la questione romana non riguarda soltanto l’Italia. (Mormorio a sinistra— Bene! a destra)

Queste, lo ripeto, sono opinioni mie personali. Però, non ostante ogni possibile discrepanza di giudizio cioè che l’Italia ha il proposito di avere Roma a capitale?”.

L’ordine del giorno, poi modificato, sarà così concepito:

«La Camera, ferma nel proposito di serbare inviolato il programma nazionale con Roma capitale d’Italia, passa alla discussione delle interpellanze.»

Sono firmatari gli onorevoli Bargoni, Biancheri, Depretis, Torrigiani, Ferraris, Ferracciù, Guerzoni, Mantegazza, Meilana, Nicotera, Sella.

Paolo CORTESE. “Allora, o signori, si alzeranno le insegne dei partiti, allora si vedrà chi vuole Roma, e chi non la vuole; e quando si sarà maturamente discusso, quando ci saremo illuminati a vicenda, allora noi diremo: vogliamo Roma capitale d’Italia, ma co’ mezzi morali, co’ mezzi pacifici, ma col Governo alla testa; altri diranno in che modo essi la vogliano. Così ci saremo chiaramente spiegati e conosciuti, ed avremo una volta per sempre chiusa la via degli equivoci”.

Francesco CRISPI. “Saremo noi dunque eternamente il paese dei poeti, il paese degli artisti, un popolo che si alimenta di tutto ciò che è immaginario e non sa essere positivo? Lasciamo le aspirazioni, perchè ci esauriscono, ci rodono, mantenendoci continuamente nell’equivoco. Confermiamo un fatto, e questo fatto confermiamolo tutti noi che facciamo parte del vero partito nazionale, che vogliamo veramente l’unità e l ‘indivisibilità della patria italiana dalle Alpi ai due mari, che vogliamo veramente che Roma sia la nostra capitale.

Or bene, se questo partito è nella Camera, se realmente esiste ed è in gran maggioranza, accetti l’ordine del giorno dell’onorevole Sella, e lo accetti come preliminare alla interpellanza di cui va ad incominciare la discussione. Coloro i quali non sono di questo partito, i francamente cattolici votino contro. Io applaudirò il voto negativo di coloro che hanno il coraggio di contrastarci il trionfo del diritto nazionale; respingerò il voto menzognero di coloro i quali con simulazioni, con finzioni, nascondono il preconcetto pensiero che Roma non debba mai appartenere alla nazione. (Bene! a sinistra)

E poi riferendosi a Napoleone III: “Egli che ha studiato sempre la vita di suo zio, non ha dimenticato i disegni di colui che fu il fondatore della sua dinastia, e, se non gli riuscirà di possederla, vorrà fare di Roma il quartier generale, affinchè possa dominare la penisola, e dividerla in due, ove il popolo italiano sia ribelle agli interessi francesi. Napoleone vorrebbe ancor oggi quell’embrione del regno d’Italia che altra volta comprendeva le sole Provincie che sono al nord della penisola e che aveva Milano per capitale. Signori, Roma è la fucina delle cospirazioni, e questa è la vera ragione per cui vi si trovano i Borboni, i quali, combattendo a Mentana, furono decorati da Napoleone con la croce della Legione d’onore. I Borboni sono una minaccia continua per noi, e i ministri d’Italia non hanno potuto ottenere giammai che i Borboni siano espulsi da Roma. (Bene! a sinistra). I Borboni a Roma sono una speranza per i reazionari del mezzogiorno”.

Luigi Alfonso MICELI. “Ed ecco, per maggiore garanzia dei suoi disegni, Napoleone spedisce a Roma una legione, che prese il nome da Antibo, luogo ove era stata reclutata. I fatti posteriori relativi a questo corpo composto di soldati ed ufficiali francesi in servizio, provarono con tutta evidenza all’Italia quanto ella s’ingannasse nelle speranze che la Francia, ritirando le sue truppe, avesse ritirato il suo intervento!

Con la solita deferenza che il nostro Governo ha avuta sempre pel Governo francese, esso si contentò di esprimere meschine lagnanze, di chiedere che il male venisse riparato alla meglio, e non volle approfittare della opportunità di denunziare alla Francia che la Convenzione di settembre aveva cessato di esistere”.

“Prepariamoci con fede e con risolutezza: è dovere dell’Italia di guardare in viso gli eventi, di non farsi più illusione, di ritenere che noi nel Governo francese abbiamo un possente ed inesorabile nemico. Dobbiamo accettare la posizione quale ci è creata ed uniformarvi la nostra condotta. Non ci è permesso altro contegno in faccia al Governo francese se non che la resistenza”.

Luigi LA PORTA. “Ma questa Convenzione, o signori, scritta, voi lo ricordate pur troppo, questa Convenzione scritta col sangue di Torino, fu cancellata dal sangue di Mentana. Due plebisciti di sangue salvano l’unità della nazione. (Bravo! Bene! a sinistra) Oggi, dopo quello che ha fatto, io non posso proporgli che domani faccia la guerra alla Francia; ma ho detto, e sostengo, che con un Governo, il quale ci tratta come il Governo francese, non è possibile, o signori, che vi sia accordo, alleanza, amicizia, non è possibile che si mantengano delle relazioni diplomatiche. Ritirate l’ambasciatore da Parigi”.

Seduta del 10 dicembre 1867

 VILLA.  “Signori, noi abbiamo da una parte un ministro italiano, il quale vi dice : Roma è degli Italiani, voglio andare a Roma, devo andare a Roma, non credo che possa essere questo connubio di Stato e di spada; vi ha invece un ministro francese, il quale vi dice: no. Il dominio temporale è necessario al papa, non andrete mai a Roma! Supponete ora che questi due si incontrino per istrada, si guardino, si sorridano, e così alla buona si dicano: trattiamo un po’ della questione romana, vediamo un po’ di metterci d’accordo, d’intenderci.

Intendervi? Ma finché l’uno di voi dirà che l’Italia vuole Roma, e finché l’altro persisterà a dire che l’Italia non avrà mai Roma, non comprendo quali accordi ne abbiano a seguire. (Ilarità— Bene!) Una cosa è sola possibile pur troppo, ed è che il ministro italiano, che è il più debole si inchini al ministro francese, che è il più forte, e di compiacenza in compiacenza s’induca a smentire sé medesimo e far tacere le sue convinzioni e ne nasca una nuova Convenzione del 15 settembre e peggio”.

“Signori, l’Italia e papa-re sono due termini che si escludono assolutamente, ed è impossibile il poterli conciliare. Il papa vuole ragione di imperio su Roma; l’Italia ha per sé il suo diritto e vuole Roma per sua capitale: come si possono conciliare questi due estremi? Troverete dei mezzi termini, ricorrerete a transazioni? Transigere, o signori, vuol dire abdicare. Il papa che è infallibile non abdicherà; noi adunque, noi di più facili convincimenti abdicheremo al nostro diritto, saremo noi che rinuncieremo al nostro diritto; ebbene, anche in questo caso il fatale dilemma che intravvide nella, sua coscienza il generale La Marmora ci si presenterà ad ogni giorno minaccioso. Noi ci troveremo un’altra volta o sempre nella chiàrissima condizione, o di essere sleali, o di ripetere i tristi fatti di Aspromonte e di Mentana”.

Seduta del 19 dicembre 1867

Francesco CRISPI. “Ma Roma è necessaria all’Italia, lo ripeto, come la testa al corpo. Roma è a noi necessaria perchè è divenuta il covo della reazione, e finché noi non l’avremo, l’Italia non potrà essere tranquilla, non è possibile che cessi l’agitazione dei partiti”.

Seduta del 22 dicembre 1867

Il 22 dicembre si tiene alla Camera dei deputati una seduta tumultuosa, si arriverà a sgombrare la tribuna dei giornalisti. Fra le tante dichiarazioni, questa è sicuramente quella che più resta impressa:

Filippo MELLANA (Casale Monferrato). “L’onorevole Menabrea ci ha detto: del sangue di Mentana foste voi la cagione; su voi ricada il sangue di Mentana. Signor ministro, il sangue di Mentana sarà sempre per noi pietosa ed onorata memoria; il sangue di Mentana sarà, o signor ministro, per dirlo con una parola d’uno storico che certo vorrete accettare, con Tertulliano, sarà il sangue che crea i credenti, ed aggiungerò: sarà il sangue che crea dei vendicatori (Bravo ! Bene ! a sinistra), exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.

Il sangue di Mentana starà impresso come uno stigmate su voi e su coloro che non seppero coprire della bandiera nazionale i giovani i quali in quel momento non combattevano per nessun altro principio che non fosse quello di salvare l’onore delle armi italiane”. {Movimenti — Bravo ! Bene ! a sinistra)

Il governo nel tentativo di riportare la discussione sulle sue tesi e mirando all’approvazione del suo operato, presenta, tramite l’on.le Romualdo BONFADINI (di Sondrio), il seguente ordine del giorno:

«La Camera, prendendo atto delle dichiarazioni del Ministero, di voler serbare illeso il programma nazionale, che acclamò Roma capitale d’Italia, deplora che questo programma siasi voluto attuare con mezzi contrari alle leggi dello Stato e ai voti del Parlamento. E, convinta che nel severo rispetto della legge e nell’assetto delle pubbliche amministrazioni sta la guarentigia della libertà e della unità, Approva la condotta del Ministero, e passa all’ordine del giorno».

L’ordine del giorno sarà però respinto con 199 voti a favore e 201 contrari. La sconfitta del governo in aula è senza precedenti, un fatto gravissimo.

Menabrea si dimette, ma il Re respinge le dimissioni. Non sarà facile ricomporre gli animi e creare un nuovo governo.