Primo piano

Il Presidente della Camera incontra l’Associazione Nazionale Bersaglieri

Il Presidente della Camera incontra l’Associazione Nazionale Bersaglieri

Una delegazione dell’ANB composta da il Segretario Generale Bers. Cav. Enrico Verzari, l’Amministratore Generale Bers. Comm. Giuseppe Bodi e il Presidente del Comitato Organizzatore Roma 2020 Bers. Gen. Nunzio Paolucci è stata ricevuta dal Presidente della Camera On. Roberto Fico. L’inatteso invito del Presidente della Camera è stato oltremodo gradito anche perché ha messo in luce l’attenzione dell’Alta Autorità all’evento principe della Storia bersaglieresca, la Breccia di Porta Pia celebrata in questi giorni. All’incontro non ha potuto presenziare il Presidente Nazionale Bers. Gen. Ottavio Renzi trattenuto da motivi familiari il quale ha espresso grande apprezzamento e viva gratitudine al Presidente della Camera.Nel corso dell’incontro, il Bers. Gen.Paolucci ha omaggiato il Presidente Fico con il folder filatelico con i 4 francobolli commemorativi del 150° Anniversario della “Breccia” rinnovando l’invito a presenziare il prossimo anno alle celebrazioni e al grande Raduno Nazionale dei Bersaglieri rinviato per le misure anti Covid. Successivamente il Presidente della Camera, con una gradita sorpresa, ha mostrato loro un bellissimo dipinto che ritrae una scena della Battaglia di Porta Pia.Il Segretario Generale Verzari ha voluto regalare al Presidente una simpatica mascherina cremisi con il logo dei Bersaglieri.Al commiato il Presidente Fico ha donato all’Associazione una pregevole targa in bronzo riproducente il Palazzo di Montecitorio.

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
Emissione speciale di quattro francobolli celebrativi

Emissione speciale di quattro francobolli celebrativi

150° 𝑨𝒏𝒏𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑩𝒓𝒆𝒄𝒄𝒊𝒂 di Porta Pia

Il 20 settembre p.v. si celebra il 150° anniversario della “Breccia” di Porta Pia, evento culminante dell’Epopea risorgimentale e “pietra miliare” della storia dell’Unità d’Italia. Per la storica memorabile data è stata predisposta una emissione speciale di quattro francobolli celebrativi con un “foglietto” che “raccontano” attraverso le immagini la ricorrenza. Di seguito le didascalie di ciascun francobollo.Base del foglietto: il quadro “La breccia di Porta Pia” di Carel Max Quaedvlieg – Collezione Apolloni.

Per prenotazioni scrivere a:
udienza@bersaglieriroma2020.it

Primo francobollo: il bersagliere raffigurato nel monumento a Porta Pia, ripreso da diverse
angolazioni.
Didascalia: Il bersagliere che scatta all’assalto. E’ l’immagine epica dei gloriosi fanti piumati che a passo di corsa ed incuranti del pericolo superano di slancio la “Breccia” di Porta Pia. Una figura che meglio di qualsiasi altra esprime il carattere popolare del bersagliere, amato ed apprezzato dalla sua fondazione fin ai giorni nostri.

.
Secondo francobollo: la facciata di Porta Pia.
Didascalia: Porta Pia, grazie ai bersaglieri si compie l’ultimo tratto di strada per l’Italia Unita. Con l’apertura della “Breccia” Roma tornerà ad essere la Capitale del nuovo Stato.
Terzo francobollo: il logo realizzato per festeggiare i 150 anni.
Didascalia: Omaggio alla città di Roma, caput mundi, con il simbolo del Colosseo custode della millenaria storia nazionale.
Quarto francobollo: il quadro “19 settembre 1870” di Cammarano.
Didascalia: E’ il ricordo dei caduti di entrambi gli schieramenti di quella storica giornata del 1870. Tutti i caduti (69) furono sepolti al Gianicolo dove tuttora riposano.
Folder
Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
Roma – Mentana

Roma – Mentana

STORIA CAPITALE

Parte quarta

1867

Il 17 gennaio 1867 viene presentato alla Camera un progetto di legge, a firma del ministro delle finanze Antonio Scialoja e del ministro di grazia e giustizia Francesco Borgatti, avente come titolo “Libertà della Chiesa e liquidazione dell’asse ecclesiastico”.

La legge ha il fine di abolire tutti i privilegi della Chiesa cattolica in Italia, in cambio della rinuncia della stessa all’exequatur sugli atti del papa e al placet sugli atti delle diocesi.

Ma il paese è ancora fortemente cattolico, in piazza si accendono manifestazioni contro la legge, subito vietate dal governo, ma di fronte alla conseguente polemica il primo ministro Ricasoli rassegna le dimissioni. E, come sempre in Italia, si torna al voto.

Dalle urne del 17 marzo ne esce una legislatura, la decima, che sostanzialmente lascia gli equilibri politici inalterati. Ricasoli, rimasto provvisoriamente al governo, non trova appoggi e abbandona l’incarico. Gli subentra, nominato dal Re, Urbano Rattazzi, che modifica in maniera profonda la compagine governativa.

Intanto cresce il disavanzo pubblico. Si parla di nuove tasse, di liquidazione dell’asse ecclesiastico per far cassa, ma altro si sta muovendo dietro le quinte.

Nel momento in cui all’alba dell’11 dicembre 1866 le ultime truppe francesi ammainavano la bandiera da Castel Sant’Angelo per tornare in patria, sembrava agli ancora tanti mazziniani e garibaldini che fosse finalmente giunto il momento di prendere con la forza quello che il governo italiano ancora non riusciva ad ottenere con la diplomazia. Roma, libera dalle truppe di occupazione francesi, si offriva finalmente all’invasione, alla conquista, all’annessione al Regno d’Italia.

Dai primi mesi del 1867, volantini, opuscoli, giornali di propaganda, tutti i mezzi di informazione possibili vennero messi in campo per eccitare gli animi, ma soprattutto per raccogliere volontari per l’impresa e fondi patrimoniali, sempre necessari per armare e nutrire un esercito non regolare.

Non si tralasciò di fare opera di persuasione nello stesso Stato Pontificio, nella stessa Roma, che però rispose freddamente alle voci delle sirene annessioniste.

Il più attivo era proprio Giuseppe Garibaldi. Ancora scottato dal ferimento in Aspromonte, non tralasciava di affermare il suo diritto di entrare per primo nella città eterna, lanciando anche un prestito nazionale chiamato “Obolo della libertà”, in chiara contrapposizione con l’Obolo di S. Pietro, al fine di raccogliere fondi per la nascente impresa. Ai primi di settembre, senza più filtri, non esitava a esternare pubblicamente il suo pensiero al Congresso internazionale della pace che si svolgeva a Ginevra.

Tutta questa frenesia non poteva passare inosservata in Italia e, soprattutto, in Europa.

La Francia osservava preoccupata il radunarsi di volontari ai confini con il Papato, non si fidava di Rattazzi, capo del governo, temeva l’improvvisa inefficacia della ancora valida “Convenzione di Settembre”. Non erano lontani dalla realtà. Per precauzione, il 22 settembre sbarcava al porto di Civitavecchia e raggiungeva Roma una legione addestrata dal generale francese Aurelle de Paladines, denominata la legione di Antibo. La Convenzione di Settembre sembrava traballare sotto i colpi dell’opposizione al governo italiano, la Francia intendeva cautelarsi.

Re Vittorio Emanuele II a parole disapprovava l’impresa di Garibaldi, ma nel cuor suo era pronto a muovere le truppe in territorio pontificio; il pretesto era: “a difesa” del Papa. Rattazzi negava di fronte ai governi europei, ma in cuor suo credeva di poter ripetere le gesta garibaldine del 1860 che avevano portato all’annessione dell’Italia meridionale. Insomma, ancora una volta si assisteva al gioco delle parti. A scanso di equivoci, anche per dare un segnale alla Francia, Garibaldi il 23 settembre veniva arrestato e condotto ad Alessandria, passando in mezzo all’esercito che lo acclamava. Dovette essere liberato pochi giorni dopo per la pressione popolare e condotto in forzato soggiorno a Caprera.

Intanto il suo esercito garibaldino era ormai pronto ad attaccare, i suoi comandanti ruppero gli indugi e varcarono i confini dello stato pontificio, contando anche in una possibile insurrezione popolare. Ma le cose andarono molto diversamente dai desideri di tutti.

Negli scontri del mese di ottobre, gli zuavi pontifici sconfissero a più riprese sul campo i volontari. Garibaldi nel frattempo fuggiva da Caprera per mettersi personalmente a capo delle sue truppe, ma trovava un ostacolo molto più forte di un esercito: l’indifferenza del popolo romano. Vuoi per la fedeltà al Papa, vuoi per la paura di dover subire nuove tasse dal nuovo Stato, vuoi per espiare le colpe che, a dire dei prelati, avevano provocato una epidemia di colera nelle campagne romane, insomma il popolo accolse freddamente, anzi non accolse proprio, l’Eroe dei due mondi. L’insurrezione rimaneva nel cassetto dei desideri.

Il 26 ottobre Garibaldi con i suoi uomini si palesava a Monterotondo, prendeva il comando del suo esercito, mentre varie colonne di volontari stavano convergendo verso Roma. L’impatto è positivo: vince subito una battaglia a Monterotondo. Sono invece momenti di confusione a livello politico. Dimessosi Rattazzi il 18 ottobre, il successivo giorno 27 si formava il governo di Luigi Federico Menabrea, generale dell’esercito, e il re proclamava di fronte all’Europa di disconoscere il tentativo garibaldino di liberare Roma.

Sembrò questo un via libera all’intervento francese. Il 30 ottobre giungevano a Roma le truppe di Napoleone III, mentre Garibaldi dopo iniziali successi vedeva sfaldarsi il suo esercito. Ormai l’impresa era diventata impossibile. E proprio quando tutto stava terminando, il 3 novembre a Mentana i garibaldini, ormai in ripiegamento, si scontravano contro le truppe pontificie che li stavano aspettando al varco. La battaglia infuria, entrano in campo anche i reparti francesi che, armati di moderni fucili, ebbero facile gioco a vincere sul campo.

La guerra è terminata nel peggiore dei modi, con una sconfitta. Secondo i resoconti, sempre incerti, sono caduti sul campo di battaglia 150 garibaldini, feriti circa 240 e ben più di 1.000 prigionieri, che Pio IX visiterà nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Pochi giorni prima, a Villa Glori, nell’indifferenza e nel silenzio, erano morti i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli.

Mentana non è solo una sconfitta militare di Garibaldi, ma è anche il frutto del cambiamento dei tempi, che non sempre sono compresi da chi per anni conduce la stessa politica, convinto che la riproposizione dello stesso schema porti sempre allo stesso risultato.

Garibaldi venne ricondotto a Caprera, i militari francesi rimasero a Roma. Ma è in campo politico che si riflettono in negativo le sconfitte patite dall’Eroe sul campo.

Il 5 dicembre 1867 riapriva la Camera dei deputati, era eletto presidente Giovanni Lanza e si presentava al parlamento il nuovo Presidente del Consiglio, il generale Luigi Federico Menabrea. Ancora una volta il re si era rivolto all’istituzione che più stava a cuore alla monarchia, che più poteva garantire la continuità della politica sabauda, che più rappresentava un argine alle intemperanze parlamentari: l’Esercito.

Ovviamente il primo tema in discussione non poté che essere il fallimento dell’azione militare terminata tragicamente a Mentana. Gli animi sono da subito caldi: governo e opposizione si rinfacceranno anni di politica estera, le due anime politiche che hanno come obiettivo Roma capitale, ma con metodi diversi, useranno toni sempre più esasperati.

Il governo non vuole azzardi. La nuova nazione nata nel continente europeo ha cercato e trovato i primi riconoscimenti a livello internazionale, occorre stabilire nuove relazioni diplomatiche e farsi accettare nel contesto politico mondiale. Il Papa, guida dei cattolici di tutto il mondo, non può essere trattato come il sovrano di uno staterello qualsiasi pre-unitario, tutti gli occhi sono puntati sul governo italiano e sugli atti che intende adottare in merito. In sottofondo, ci sono rapporti non solo politici, ma anche economici e militari che spesso sono sottoposti a condizioni non apertamente espresse, ma di uguale valenza impositiva.

L’opposizione, invece, è ancora ancorata agli schemi che hanno portato all’unità d’Italia: l’insurrezione popolare, la richiesta di soccorso, l’intervento armato, più o meno ufficiale, la volontà di unirsi al Regno d’Italia espressa tramite plebiscito. In tutto questo, una figura di peso rilevantissimo, Giuseppe Garibaldi, un uomo che ha tessuto relazioni internazionali tali quasi fosse lui stesso uno stato nello stato; poi un’altra figura moralmente rilevante, Giuseppe Mazzini, mai accettata dal governo, ma faro di riferimento per migliaia di patrioti. Gli ostacoli sono chiari: la Francia, che sembra tradire tutte le promesse e che offre il suo aiuto sempre e solo per il proprio tornaconto; il Papa, contro il quale vi sono anche pregiudizi religiosi di chi non abbraccia la fede cattolica, e non sono pochi in parlamento. Infine il governo italiano: titubante, mai netto nelle decisioni, sempre prono alle richieste di Napoleone III e succube della politica francese, privo di una visione politica concreta che sappia determinare azioni e tempi per giungere ad ottenere Roma Capitale.

Per chi è interessato, di seguito alcuni passaggi significativi degli interventi alla Camera dei deputati, ricordiamo l’unica elettiva, dove ha voce il cuore pulsante della nazione.

Seduta del 5 dicembre 1867

Parla il Presidente del consiglio MENABREA: “Dunque l’Italia è e sarà. Ma esaminiamo, o signori la sua condizione topografica.

“Tra le provincie meridionali e le altre esiste un piccolo Stato che occupa il cuore, direi, dell’Italia, quel punto in cui convergono le principali comunicazioni fra il nord ed il sud. Ed in quello Stato si trova la città la più illustre del mondo, la città che è la gloria d’Italia ed alla quale si riferisce la pagina più grande della sua storia. Questo Stato è lo Stato pontificio, e quella città è Roma.

Ebbene, signori, questo piccolo Stato è un ostacolo alle rapide comunicazioni che debbono esistere fra le varie provincie del regno; è un ostacolo grave, e bisogna dire che se quel Governo si prestasse a rendere le comunicazioni meno difficili, forse l’inconveniente che ne deriva sarebbe più sopportabile; ma, al contrario, vediamo che agli ostacoli naturali se ne aggiungono degli altri. Le comunicazioni con Roma sono più difficili di quello lo siano le comunicazioni dell’Italia coi paesi stranieri, e si può dire che Roma è più isolata dall’Italia di quello che lo sia qualunque altra capitale…

Ma, signori, qui si presenta un’altra questione, ed è la questione del pontefice, il capo supremo della Chiesa cattolica. Quel capo non può avere altra sede che a Roma, perchè è là l’origine del cattolicesimo, è là che vi sono tutte le sue tradizioni. Dunque il sommo pontefice deve stare a Roma.

E non crediate, o signori, che quella potenza, che è debole materialmente, non sia forte per altri riguardi. Sì, signori, quella potenza nella sfera della sua azione è grande e forte. D’altronde noi apparteniamo ad una nazione essenzialmente cattolica, ed il nostro primo dovere è di rispettare il capo supremo della religione della grande maggioranza dei nostri concittadini. In conseguenza, non è colla forza né colla violenza che si può andare a Roma; ogni tentativo, quand’anche riuscisse momentaneamente, non potrebbe avere duraturo successo; ma è con altri mezzi che bisogna andarvi. Ed io dirò che il Parlamento nazionale, nella celebre seduta del 27 marzo 1861, ben lo riconosceva e lo dichiarava; e possiamo dire che coloro i quali hanno varcato il confine pontificio per andare a mano armata a Roma, hanno violato il voto del Parlamento.

Colla moderazione, e la nazione raggiungerà il suo intento tanto più rapidamente, quanto più noi ci mostreremo potentemente organizzati e forti all’interno ed inspireremo fiducia all’estero, facendo rispettare il principio di autorità per cui rimanga convinto il pontefice che egli non ha bisogno di andare a chiedere aiuto e protezione all’estero, ma che egli deve trovare la sua principale ed efficace protezione nell’Italia. (Bravo !)”.

Seduta del 9 dicembre 1867

L’on.le Sella propone il seguente ordine del giorno: «La Camera, immutabile nel suo concetto sul programma nazionale, confida che col progresso, e mediante l’ordinamento interno, Roma, acclamata capitale dall’opinione nazionale, sarà congiunta all’Italia, e passa all’ordine del giorno.»

Quintino SELLA. “Di più io credo, signori, che sono pochi quelli i quali non sentano la gravità della questione romana e il divario che corre fra il pontefice ed i regnanti che vennero espulsi dal suolo italiano. Credo che siano pochi quelli i quali non capiscano che per giungere a Roma, e soprattutto per mantenervisi, è indispensabile una politica leale e pacifica, la quale tranquillizzi le potenze estere, imperocché, giova rammentarlo, la questione romana non riguarda soltanto l’Italia. (Mormorio a sinistra— Bene! a destra)

Queste, lo ripeto, sono opinioni mie personali. Però, non ostante ogni possibile discrepanza di giudizio cioè che l’Italia ha il proposito di avere Roma a capitale?”.

L’ordine del giorno, poi modificato, sarà così concepito:

«La Camera, ferma nel proposito di serbare inviolato il programma nazionale con Roma capitale d’Italia, passa alla discussione delle interpellanze.»

Sono firmatari gli onorevoli Bargoni, Biancheri, Depretis, Torrigiani, Ferraris, Ferracciù, Guerzoni, Mantegazza, Meilana, Nicotera, Sella.

Paolo CORTESE. “Allora, o signori, si alzeranno le insegne dei partiti, allora si vedrà chi vuole Roma, e chi non la vuole; e quando si sarà maturamente discusso, quando ci saremo illuminati a vicenda, allora noi diremo: vogliamo Roma capitale d’Italia, ma co’ mezzi morali, co’ mezzi pacifici, ma col Governo alla testa; altri diranno in che modo essi la vogliano. Così ci saremo chiaramente spiegati e conosciuti, ed avremo una volta per sempre chiusa la via degli equivoci”.

Francesco CRISPI. “Saremo noi dunque eternamente il paese dei poeti, il paese degli artisti, un popolo che si alimenta di tutto ciò che è immaginario e non sa essere positivo? Lasciamo le aspirazioni, perchè ci esauriscono, ci rodono, mantenendoci continuamente nell’equivoco. Confermiamo un fatto, e questo fatto confermiamolo tutti noi che facciamo parte del vero partito nazionale, che vogliamo veramente l’unità e l ‘indivisibilità della patria italiana dalle Alpi ai due mari, che vogliamo veramente che Roma sia la nostra capitale.

Or bene, se questo partito è nella Camera, se realmente esiste ed è in gran maggioranza, accetti l’ordine del giorno dell’onorevole Sella, e lo accetti come preliminare alla interpellanza di cui va ad incominciare la discussione. Coloro i quali non sono di questo partito, i francamente cattolici votino contro. Io applaudirò il voto negativo di coloro che hanno il coraggio di contrastarci il trionfo del diritto nazionale; respingerò il voto menzognero di coloro i quali con simulazioni, con finzioni, nascondono il preconcetto pensiero che Roma non debba mai appartenere alla nazione. (Bene! a sinistra)

E poi riferendosi a Napoleone III: “Egli che ha studiato sempre la vita di suo zio, non ha dimenticato i disegni di colui che fu il fondatore della sua dinastia, e, se non gli riuscirà di possederla, vorrà fare di Roma il quartier generale, affinchè possa dominare la penisola, e dividerla in due, ove il popolo italiano sia ribelle agli interessi francesi. Napoleone vorrebbe ancor oggi quell’embrione del regno d’Italia che altra volta comprendeva le sole Provincie che sono al nord della penisola e che aveva Milano per capitale. Signori, Roma è la fucina delle cospirazioni, e questa è la vera ragione per cui vi si trovano i Borboni, i quali, combattendo a Mentana, furono decorati da Napoleone con la croce della Legione d’onore. I Borboni sono una minaccia continua per noi, e i ministri d’Italia non hanno potuto ottenere giammai che i Borboni siano espulsi da Roma. (Bene! a sinistra). I Borboni a Roma sono una speranza per i reazionari del mezzogiorno”.

Luigi Alfonso MICELI. “Ed ecco, per maggiore garanzia dei suoi disegni, Napoleone spedisce a Roma una legione, che prese il nome da Antibo, luogo ove era stata reclutata. I fatti posteriori relativi a questo corpo composto di soldati ed ufficiali francesi in servizio, provarono con tutta evidenza all’Italia quanto ella s’ingannasse nelle speranze che la Francia, ritirando le sue truppe, avesse ritirato il suo intervento!

Con la solita deferenza che il nostro Governo ha avuta sempre pel Governo francese, esso si contentò di esprimere meschine lagnanze, di chiedere che il male venisse riparato alla meglio, e non volle approfittare della opportunità di denunziare alla Francia che la Convenzione di settembre aveva cessato di esistere”.

“Prepariamoci con fede e con risolutezza: è dovere dell’Italia di guardare in viso gli eventi, di non farsi più illusione, di ritenere che noi nel Governo francese abbiamo un possente ed inesorabile nemico. Dobbiamo accettare la posizione quale ci è creata ed uniformarvi la nostra condotta. Non ci è permesso altro contegno in faccia al Governo francese se non che la resistenza”.

Luigi LA PORTA. “Ma questa Convenzione, o signori, scritta, voi lo ricordate pur troppo, questa Convenzione scritta col sangue di Torino, fu cancellata dal sangue di Mentana. Due plebisciti di sangue salvano l’unità della nazione. (Bravo! Bene! a sinistra) Oggi, dopo quello che ha fatto, io non posso proporgli che domani faccia la guerra alla Francia; ma ho detto, e sostengo, che con un Governo, il quale ci tratta come il Governo francese, non è possibile, o signori, che vi sia accordo, alleanza, amicizia, non è possibile che si mantengano delle relazioni diplomatiche. Ritirate l’ambasciatore da Parigi”.

Seduta del 10 dicembre 1867

 VILLA.  “Signori, noi abbiamo da una parte un ministro italiano, il quale vi dice : Roma è degli Italiani, voglio andare a Roma, devo andare a Roma, non credo che possa essere questo connubio di Stato e di spada; vi ha invece un ministro francese, il quale vi dice: no. Il dominio temporale è necessario al papa, non andrete mai a Roma! Supponete ora che questi due si incontrino per istrada, si guardino, si sorridano, e così alla buona si dicano: trattiamo un po’ della questione romana, vediamo un po’ di metterci d’accordo, d’intenderci.

Intendervi? Ma finché l’uno di voi dirà che l’Italia vuole Roma, e finché l’altro persisterà a dire che l’Italia non avrà mai Roma, non comprendo quali accordi ne abbiano a seguire. (Ilarità— Bene!) Una cosa è sola possibile pur troppo, ed è che il ministro italiano, che è il più debole si inchini al ministro francese, che è il più forte, e di compiacenza in compiacenza s’induca a smentire sé medesimo e far tacere le sue convinzioni e ne nasca una nuova Convenzione del 15 settembre e peggio”.

“Signori, l’Italia e papa-re sono due termini che si escludono assolutamente, ed è impossibile il poterli conciliare. Il papa vuole ragione di imperio su Roma; l’Italia ha per sé il suo diritto e vuole Roma per sua capitale: come si possono conciliare questi due estremi? Troverete dei mezzi termini, ricorrerete a transazioni? Transigere, o signori, vuol dire abdicare. Il papa che è infallibile non abdicherà; noi adunque, noi di più facili convincimenti abdicheremo al nostro diritto, saremo noi che rinuncieremo al nostro diritto; ebbene, anche in questo caso il fatale dilemma che intravvide nella, sua coscienza il generale La Marmora ci si presenterà ad ogni giorno minaccioso. Noi ci troveremo un’altra volta o sempre nella chiàrissima condizione, o di essere sleali, o di ripetere i tristi fatti di Aspromonte e di Mentana”.

Seduta del 19 dicembre 1867

Francesco CRISPI. “Ma Roma è necessaria all’Italia, lo ripeto, come la testa al corpo. Roma è a noi necessaria perchè è divenuta il covo della reazione, e finché noi non l’avremo, l’Italia non potrà essere tranquilla, non è possibile che cessi l’agitazione dei partiti”.

Seduta del 22 dicembre 1867

Il 22 dicembre si tiene alla Camera dei deputati una seduta tumultuosa, si arriverà a sgombrare la tribuna dei giornalisti. Fra le tante dichiarazioni, questa è sicuramente quella che più resta impressa:

Filippo MELLANA (Casale Monferrato). “L’onorevole Menabrea ci ha detto: del sangue di Mentana foste voi la cagione; su voi ricada il sangue di Mentana. Signor ministro, il sangue di Mentana sarà sempre per noi pietosa ed onorata memoria; il sangue di Mentana sarà, o signor ministro, per dirlo con una parola d’uno storico che certo vorrete accettare, con Tertulliano, sarà il sangue che crea i credenti, ed aggiungerò: sarà il sangue che crea dei vendicatori (Bravo ! Bene ! a sinistra), exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.

Il sangue di Mentana starà impresso come uno stigmate su voi e su coloro che non seppero coprire della bandiera nazionale i giovani i quali in quel momento non combattevano per nessun altro principio che non fosse quello di salvare l’onore delle armi italiane”. {Movimenti — Bravo ! Bene ! a sinistra)

Il governo nel tentativo di riportare la discussione sulle sue tesi e mirando all’approvazione del suo operato, presenta, tramite l’on.le Romualdo BONFADINI (di Sondrio), il seguente ordine del giorno:

«La Camera, prendendo atto delle dichiarazioni del Ministero, di voler serbare illeso il programma nazionale, che acclamò Roma capitale d’Italia, deplora che questo programma siasi voluto attuare con mezzi contrari alle leggi dello Stato e ai voti del Parlamento. E, convinta che nel severo rispetto della legge e nell’assetto delle pubbliche amministrazioni sta la guarentigia della libertà e della unità, Approva la condotta del Ministero, e passa all’ordine del giorno».

L’ordine del giorno sarà però respinto con 199 voti a favore e 201 contrari. La sconfitta del governo in aula è senza precedenti, un fatto gravissimo.

Menabrea si dimette, ma il Re respinge le dimissioni. Non sarà facile ricomporre gli animi e creare un nuovo governo.

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
Firenze – Palazzo Vecchio

Firenze – Palazzo Vecchio

1864

STORIA CAPITALE

Parte terza

Durante la seduta del 24 ottobre 1864, il ministro dell’interno Lanza presenta il progetto di legge per il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Il ministro ottiene che lo stesso abbia carattere d’urgenza e, pertanto, subito discusso e votato. D’altronde la convenzione ha dei termini temporali molto stringenti, soprattutto lo spostamento della capitale deve essere effettuato entro i sei mesi successivi, in modo da far contestualmente decorrere il tempo necessario per la partenza delle truppe francesi da Roma.

È questa la clausola più sentita dalla politica italiana di entrambi gli schieramenti. Enunciato dalle parole della popolare canzone “Inno a Garibaldi”, “va fuori d’Italia, va fuori o stranier”, il sentimento espresso è quello di vedere finalmente la creazione di un Regno d’Italia che non debba più dipendere da governi stranieri, che i tanti stati e staterelli già controllati dall’estero, ora siano riuniti in un unico Regno d’Italia finalmente libero da imposizioni giuridiche e militari. Non dimentichiamo che in quel momento storico c’è ancora il Veneto in mano austriaca.

Vale la pena di evidenziare le parole dell’on.le Enrico Pessina, napoletano, componente della Commissione che in quel momento sta studiando il trattato, pronunciate durante la seduta del 7 novembre: “La Commissione è convinta che questo trasferimento della capitale apre la via all’uscita dei Francesi da Roma, apre una via alla cessazione dell’intervento straniero in Roma. Non è dunque l’ingerenza dello straniero nelle cose nostre ciò che abbiamo consacrato, e che speriamo che il Parlamento consacri, ma la cessazione di quella specie d’ingerenza che chiamasi intervento”.

I giorni seguenti il dibattito è alimentato da diverse figure parlamentari che riflettono i due principali schieramenti: quello filo-governativo, che intende risolvere la “questione romana” in maniera diplomatica, politica, senza traumi, anche accettando tempi lunghi per la sua soluzione; quello dell’opposizione, della sinistra, che è pronto anche a gesti eclatanti, se non estremi e quindi militari, pur di portare a compimento l’obiettivo di fare di Roma la capitale.

Posto che il trattato sottoscritto con la Francia non sarà posto al voto del parlamento, con ciò suscitando diverse proteste, il governo nega anche l’accesso agli atti diplomatici. L’on.le Boggio, che aveva presentato la richiesta, dovrà constatare che “se dovessimo accettare a piè di lettura le sue espressioni, alla minoranza più non rimarrebbe che un solo partito possibile: mettersi il cappello e andarsene via. (Segni di approvazione a sinistra – No! No! A destra)”. Uno spaccato di vita politica che ci fa riflettere sul cammino democratico percorso dalla nostra nazione in poco più di 150 anni di storia.

Durante i giorni del dibattito, nella seduta del 7 novembre 1864, giunge anche notizia di una nota ufficiale francese che, avendo fiutato gli umori della politica italiana, ribadisce la validità delle clausole della convenzione e la ferma volontà dell’Imperatore ad impedire il trasferimento della capitale del Regno d’Italia a Roma.

Boggio, deputato della sinistra, contesta aspramente le note francesi che così spiega:

Or bene, in questi sette punti nei quali è la sostanza di tutti io leggo scritto: « Les seules aspirations que la Cour de Turin considère comme légitimes sont celles qui ont pour objet la réconciliation de l’Italie avec la Papauté». Non parlate più di aspirazioni a Roma capitale o col papa o malgrado il papa. Se il papa e la Francia vogliono, potrà Roma essere forse un dì la nostra capitale, se no, no… E per rispondere fin d’ora a chi dice vedrete, la stessa nota, al numero quarto di quelle proposte, soggiunge: «La translation de la capitale est un gage sérieux donné à la France; ce n’est ni un expédient provisoire, ni une étape vers Rome».

Or bene, finché l’imperatore non abbia revocate queste dichiarazioni, tutti coloro che oggi ancora ci dicono che da Firenze si va a Roma, perchè Firenze è la tappa verso Roma, se hanno occhi veggano, se hanno orecchie intendano… (Bene! a sinistra)”.

Insomma: la Francia, anzi il suo Imperatore ed il governo che ne è portavoce, fa espressamente intendere che non vuole Roma Capitale del Regno d’Italia; dal canto suo il governo italiano, per il quieto vivere, cerca di smorzare i toni e prende tempo.

La dialettica si accende tra opposizione e Governo. La Marmora, che con fatica ha cercato di quadrare il cerchio degli interessi opposti francesi e italiani, rinfaccia a Boggio di non aver usato, come richiesto privatamente, cautela nelle sue esternazioni, rischiando così di compromettere la politica estera italiana.

La seduta si vivacizza, il centro-destra polemizza con la sinistra, è gli rinfaccia troppa “leggerezza” nell’affrontare questioni di politica nazionale. Gli animi sono surriscaldati, la discussione in atto viene rinviata ai giorni successivi.

E’ appena il caso di accennare ad altre proposte di capitale presentate nei giorni seguenti: Bologna, che l’on.le Giovanni Siotto Pintor reputava “capitale strategica”, e da un gruppo di deputati partenopei la proposta di Napoli.

Finalmente, nella seduta del 19 novembre 1864, la Camera dei deputati approva la “Legge per il trasporto della Capitale del Regno a Firenze”, con 317 voti a favore, 70 contrari e 2 astenuti. I due articoli sono così concepiti:

Art. 1 La Capitale del Regno sarà trasferita a Firenze entro sei mesi dalla data della presente Legge.

Art. 2 Per la spesa del trasferimento è aperto nella parte straordinaria del Bilancio dell’Interno, ed in apposito capitolo, un credito di L. 7.000.000 ripartito come segue:

Esercizio 1864 L. 2.000.000

Esercizio 1865 L. 5.000.000”.

Come si può immaginare, non mancheranno ulteriori polemiche in ordine alle spese da affrontare, un ulteriore esborso finanziario per un regno che certo non navigava nell’oro.

1865

Nell’anno in cui sono le questioni amministrative e finanziarie a tenere banco, non dimentichiamo che il nuovo regno deve procedere all’approvazione di tutta una serie di norme per unificare l’azione amministrativa, economica, finanziaria e giudiziaria, la “questione romana” viene al momento accantonata, anche se rimane sempre nell’ombra.

Nel mese di gennaio Re Vittorio Emanuele II, criticato dai torinesi, si trasferisce a Firenze, per tornare poi a Torino, dopo circa un mese, dietro le insistenze del sindaco e della giunta municipale. Nel frattempo, un gruppo di parlamentari piemontesi, tra i quali il già ricordato Boggio, formano una corrente politica denominata “Permanente” con l’obiettivo di appoggiare solo i governi che includano nella loro azione politica il trasferimento della capitale a Roma.

Il 28 aprile nell’aula provvisoria di Palazzo Carignano viene approvato per acclamazione l’ordine del giorno di ringraziamento a Torino, salutato con grida di “Viva il Re! Viva l’Italia!” e con l’auspicio dell’on.le Ranieri “A Firenze, poi a Roma!”. Il presidente accetta l’augurio.

Il 16 maggio si terrà sempre a Palazzo Carignano l’ultima seduta della Camera dei deputati a Torino, che si conclude con l’espressione del Presidente Giovanni Battista Cassinis: “Dio salvi il Re! Dio protegga l’Italia!”.

E intanto nel mese di giugno la capitale si trasferiva anche di fatto a Firenze.

Ma come accoglievano i fiorentini ed i toscani in generale la grande novità?

In realtà non benissimo, ne è prova il fatto che di quel breve periodo di Firenze capitale anche oggi non vi è una forte traccia.

Già durante il dibattito di novembre, l’on.le Ferdinando Petruccelli, di Potenza, affermava “Quanto a Firenze, o signori, tempo, spazio, storia le sono contrari”. Non meno tenero il barone Bettino Ricasoli, fiorentino, già capo del governo, che definì la scelta per Firenze “un’amara tazza di veleno”, e Gino Capponi, illustre uomo politico e di cultura fiorentino, ebbe a scrivere: “Firenze, in procinto di farsi capitale, è quasi una fanciulla che, senza passione, stia per uscire dallo stato verginale”. Un paragone molto forte per l’epoca, ma che sicuramente intercettava l’umore di una cittadinanza orgogliosa del suo passato di libertà e scettica verso il nuovo indirizzo piemontese.

Creava problemi l’individuazione dei palazzi che dovevano ospitare le tante sedi istituzionali che traslocavano da Torino: per la Camera dei deputati si scelse come aula il “Salone dei Cinquecento” di Palazzo Vecchio, per il Senato l’aula della Corte d’Appello nei vicini Uffizi, poi trasformata nel Teatro Mediceo di nuova costruzione.

Il 18 novembre nell’Aula di Palazzo Vecchio si inaugura la IX Legislatura. Vittorio Emanuele II, nel suo discorso fa un unico breve accenno a Roma capitale, peraltro senza nominarla: “La pienezza dei tempi e la forza ineluttabile degli eventi scioglieranno le vertenze tra il Regno d’Italia ed il Papato. A noi frattanto incombe di serbar fede alla Convenzione del 15 settembre, cui la Francia darà pure, nel tempo stabilito, esecuzione completa”.

Il regno si sta incamminando in un’altra grande battaglia: la soppressione delle Congregazioni religiose e la ricerca di un accordo con il papato. Per ora Roma può attendere.

1866

La Francia è un ostacolo per Roma, ma è anche una grande amica dell’Italia.

Si addensano nuove nuvole di guerra in Europa, coinvolte l’Austria e la Prussia. L’Italia ha firmato l’8 aprile un trattato d’alleanza con la Prussia. La Francia è sempre al centro quale arbitro e riceve dall’Austria la disponibilità alla cessione del Veneto all’Italia in cambio della sua neutralità in un conflitto austro-prussiano. Ma non se ne fa nulla.

Il 21 giugno Bettino Ricasoli annuncia alla Camera che l’Italia ha dichiarato guerra all’Austria e che da quel momento sarà lui il capo del governo, considerato che il generale Alfonso La Marmora è partito per il fronte quale capo di stato maggiore dell’esercito.

Sappiamo bene che sul campo di battaglia l’Esercito italiano della nuova nazione, alla sua prima prova, non ottenne risultati dagli esiti felici. Complici gli aperti dissidi tra i generali La Marmora e Cialdini, pesarono le sconfitte subite a Custoza il 24 giugno 1866, con conseguenti dimissioni, poi respinte, dallo stesso La Marmora, e soprattutto quella sul mare nei pressi dell’isola di Lissa, 20 luglio 1866. Tra l’altro in questa battaglia moriva l’on.le Carlo Boggio, imbarcato come osservatore sul “Re d’Italia”, affondata lo stesso giorno 20 dai cannoni delle navi imperiali.

La guerra fu vinta dalla coalizione italo-prussiana grazie alla vittoria dei tedeschi a Sadowa il 3 luglio 1866, mentre il 10 agosto, dopo aver sbaragliato gli austriaci a Bezzecca, Giuseppe Garibaldi in Trentino con i suoi uomini e lui sì vittorioso, pronunciava il celebre “Obbedisco!” all’ordine di arrestare l’avanzata.

 Pochi sanno però del ruolo avuto dai bersaglieri nella guerra, un ruolo che poteva modificare il corso della storia, se un altro “Obbedisco” non avesse messo fine alle vittorie dei nostri fanti piumati.

Mentre La Marmora si incaponiva a Custoza, il suo alter ego, il Gen. Enrico Cialdini, suo fiero oppositore, con 4 divisioni passava il Po e l’11 luglio entrava con le sue truppe a Rovigo liberandola dagli austriaci. Per chi avesse ancora nostalgia dell’impero asburgico, riproponiamo un breve passo delle cronache dell’epoca: “I dintorni di Rovigo furono oggetto particolarmente di crudeli devastazioni. Tutta la campagna, narrava un corrispondente dell’Opinione, per un terreno circostante di 40.000 pertiche censuarie (ogni pertica censuaria corrisponde a 1000 metri quadrati), venne ridotta a deserto. Gli alberi tutti di questo vasto spazio vennero tagliati; tutte le case atterrate, ossia circa 800, fra cui parecchi superbi palazzi. Il raccolto è perduto; le famiglie povere non hanno più né cibo né tetto. Il raggio di questa devastazione si estende attorno alle fortificazioni per un chilometro”.

Le truppe di Cialdini occupavano il Veneto, il 14 luglio erano a Padova, il giorno successivo liberavano Vicenza, Treviso e Schio. Comandava una delle divisioni di Cialdini, esattamente la 15^, il generale Medici del Vascello. Ai suoi ordini fanti, cavalleggeri e bersaglieri. La divisione giunse il 21 giugno a Bassano (non ancora “del Grappa”), davanti si spalancavano le porte della Val Brenta, che dritta dritta conduce al confine con il Trentino e alla Valsugana, porta d’ingresso per Trento.

Medici è un generale capace, già garibaldino, protagonista della repubblica romana che difende nel giugno del ’49 dalle truppe francesi a Porta San Pancrazio, e le sue truppe sono valorose. L’ordine è di valicare i confini e dare battaglia agli austriaci in fuga entro il Trentino. Occupata il 22 luglio Primolano, il giorno successivo le truppe italiane circondavano Borgo in Valsugana, in pieno territorio dell’impero asburgico. Un battaglione di bersaglieri veniva inviato sopra il castello della città, ed ecco cosa racconta un testimone dell’epoca: “L’attacco di Borgo cominciò con pochissimo fuoco per parte nostra, con molto per parte loro. Si entrò in paese correndo e gridando; furono inseguiti gli austriaci lungo la strada, furono cercati nelle case; fu scavalcata una gagliarda barricata; furono inseguiti ancora al di là di Borgo, ma non raggiunti mai perché il passo di chi fugge trova sempre modo di essere più veloce del passo di chi insegue”.

I bersaglieri, fanti, cavalleggeri e artiglieri italiani combattevano da due giorni senza sosta, erano a corto di viveri, munizioni, stanchi per aver percorso a piedi chilometri in territorio nemico. Occupata Borgo, Medici chiese loro un ultimo sforzo. I reparti austriaci erano in rotta, occorreva proseguire almeno fino a Levico e Caldonazzo, da lì solo dieci chilometri separavano la divisione italiana da Trento.

 Levico fu occupata il 24 luglio alla baionetta, senza sparare un colpo, come da ordine di Medici. Il racconto di un testimone dell’epoca è ancora palpitante e attuale: “Innanzi di arrivare in un punto detto la Madonna, gli austriaci ci hanno fatto fuoco, forse a nemmeno 100 passi di distanza. I soldati allora, ed era umanamente naturale, piegarono un momento; ma spinti da tutti noi, dal grido di avanti, avanti, dai tamburi, dalle trombe, dagli urli di Savoia e di viva l’Italia, fecero fronte al fuoco del nemico e corsero per altri 50 passi. Nuova scarica degli austriaci, questa volta ricevuta con più gagliardo petto: Avanti, ragazzi! Questo è il momento di farli scappare; non fate fuoco; gridate Savoia; scappano, rincorreteli! Così per ben 15 minuti durò l’attacco alla baionetta, con grandissimo valore dei battaglioni del 28° fanteria e dei bersaglieri che vi presero parte, i quali ebbero la grande virtù di spingersi avanti senza rispondere al fuoco degli austriaci. Pur troppo da parte nostra caddero varii feriti e varii altri morirono sul colpo; ma il sagrifizio è anche troppo largamente compensato dalla presa di Levico, fatta in modo così singolare, e dai feriti nemici, i quali per la maggior parte furono colpiti dalle nostre baionette”.

E quando già tutti erano pronti ad avanzare in direzione della città di Trento, il 25 luglio alle ore 15 giunse un dispaccio urgente di La Marmora che ordinava a Medici il cessate il fuoco e l’inizio di una tregua. Medici è costernato, i suoi soldati dopo tanti sacrifici patiti basiti ed increduli. La politica stava vincendo sui tavoli della diplomazia.

Il 9 agosto giunse l’ordine definitivo di cessare il fuoco e di ripiegare a Primolano. Trento rimarrà solo un miraggio, occorrerà un’altra ben più sanguinosa guerra perché la città diventi italiana.

Garibaldi, che con Medici era in stretto contatto, così gli scrisse al termine della guerra: ““Era brama generale nostra il potere con te e la tua valorosa divisione occupare Trento, e quindi cacciare insieme gli Austriaci da tutto il Trentino, ma purtroppo sperammo invano. Accogli una parola di lode, ben meritata, per i brillanti fatti d’arme da te compiuti nella Val Sugana. Fatti che provano quanto il nostro Esercito, ben condotto, come lo era nel secondo periodo delle sue operazioni per la destra, avrebbe potuto gloriosamente spingere alla meta le giuste aspirazioni di questa Nazione disgraziata”.

Stavolta l’Eroe aveva doppiamente ragione.

Il 3 ottobre 1866, a Vienna fu sottoscritto il trattato di pace tra: “Sua Maestà il Re d’Italia e Sua Maestà l’Imperatore d’Austria avendo risoluto di stabilire fra i loro Stati rispettivi una pace sincera e durevole: S.M. l’Imperatore d’Austria avendo ceduto a S. M. l’Imperatore dei Francesi il regno Lombardo-Veneto: S.M. l’Imperatore dei Francesi dal canto suo essendosi dichiarato pronto a riconoscere la riunione del detto regno Lombardo-Veneto agli Stati di S.M. il Re d’Italia, sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”. Il 21 ottobre gli abitanti di Venezia si pronunciarono, praticamente all’unanimità, per l’annessione al Regno d’Italia ed il 7 novembre la città accolse in trionfo Re Vittorio Emanuele II.

Ma il contenzioso tra i due stati non doveva finire qui.

Intanto, l’11 dicembre, come previsto dalla Convenzione di Settembre, le truppe francesi lasciavano Roma.

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
1864 Torino: l’ultimo tragico anno della Capitale sabauda

1864 Torino: l’ultimo tragico anno della Capitale sabauda

Parte seconda

Marco Minghetti era diventato Presidente del Consiglio il 24 marzo 1863, dopo che il predecessore, Luigi Carlo Farini, aveva dovuto rassegnare le dimissioni per gravi problemi di salute.

Il suo impegno era indirizzato alla normalizzazione amministrativa del Paese, ma come abbiamo visto, tante erano le sollecitazioni, Rattazzi in primis, che gli provenivano da tutti gli schieramenti politici per la soluzione della “questione romana”. E come al solito, era Garibaldi ad agitare le acque dei “rivoluzionari”. La sua figura giganteggiava sempre più nel panorama internazionale: l’11 aprile 1864 una folla oceanica di mezzo milione di persone lo accoglieva alla stazione ferroviaria di Londra, impiegò addirittura 6 ore per percorrere in carrozza i cinque chilometri che lo separavano dal palazzo del duca di Sutherland, che lo ospitava. Era una vera star, la cui luce però rischiava di oscurare il lavoro diplomatico del governo Minghetti, che tra l’altro paventava un intervento “garibaldino” contro lo Stato Pontificio e il Veneto che avrebbe messo in grave crisi STORIA CAPITALE

politica il Regno d’Italia e le sue istituzioni.

Il Capo del Governo, nella ricerca di una via di uscita ufficiale e spendibile a livello internazionale all’impasse romana, la trovava, non poteva essere altrimenti, intavolando una trattativa con i vicini francesi. Gli scopi della costituenda delegazione erano due: in primo luogo ottenere l’allontanamento delle truppe di Napoleone III da Roma, in seconda istanza creare le condizioni politiche per un futuro trasferimento della capitale del Regno d’Italia nella città millenaria, senza dover ricorrere alle armi.

Vennero incaricati due uomini. Il primo è un ministro plenipotenziario, Costantino Nigra, diplomatico di lungo corso, già fedele e apprezzato collaboratore di Cavour, spesso chiamato a trattare diverse questioni con Napoleone III, di cui godeva grande fiducia. L’altro è Gioacchino Napoleone Pepoli, imparentato con l’imperatore francese, con importanti entrature nella classe governativa d’oltralpe.

I due riesumano la trattativa che già Cavour aveva intrapreso nel 1861, prima della morte, e che era incardinata su due principi: il ritiro delle truppe francesi da Roma e l’assunzione dell’Italia del ruolo di difensore del papato.

Per la Francia la trattativa è condotta dal ministro degli esteri Edouard Drouyn de Lhuys, non certo una figura favorevole all’Italia. Era lui il ministro degli esteri che aveva caldeggiato l’intervento dei soldati francesi contro la Repubblica Romana del 1848, era lui che voleva sì dirimere la questione romana, ma nel senso di mantenere lo status quo, in questo appoggiato dalla comunità cattolica francese, era lui convinto ad impedire lo spostamento della capitale del Regno d’Italia a Roma.

Gli incontri però non riuscivano a comporre i desideri dei due attori, ciascuno dei quali non poteva perdere la faccia di fronte al governo e alla nazione. Fu Pepoli a tirare fuori il coniglio dal cilindro: in uno dei tanti rendez-vous, precisamente in quello del 21 giugno a Fontainebleau, lanciava la proposta di far ritirare le truppe francesi da Roma in cambio dello spostamento della capitale italiana da Torino ad altra città.

L’idea piacque da subito, anche perché aveva il merito levantino di essere interpretata in maniera opposta da italiani e francesi, in ciò accontentando tutti. Per i primi costituiva un ulteriore passo in avanti, di possibile avvicinamento fisico e geografico, a Roma; per i secondi, al contrario, era la definitiva rinuncia degli italiani a Roma capitale.

Su questo equivoco di fondo venne sottoscritto un trattato, firmato il 15 settembre 1864, ricordato come “Convenzione di settembre”, che però lasciò scontente tante autorità, prima fra tutte proprio Re Vittorio Emanuele II, che venuto a conoscenza della clausola a cose fatte, un grave sgarbo istituzionale, non esitò ad esclamare: “Ma che dirà Torino?”. L’unica concessione data al governo italiano fu quella di non inserire la clausola dello spostamento della capitale nel trattato, ma di aggiungerla in un Protocole segreto separato.

Ed eccolo il dettato normativo del trattato, rigorosamente in francese.

Art.1 L’Italie s’engage à ne pas attaquer le territoire actuel du Saint-Père, et à empêcher, même par la force, toute attaque venant de l’extérieur contre le dit territoire.

Art.2 La France retirera ses troupes des Etats pontificaux graduellement et à mesure que l’armée du Saint-Père sera organisée. L’évacuation devra néanmoins être accomplie dans le délai de deux ans.

Art.3 Le Gouvernement italien s’interdit toute réclamation contre l’organisation d’une armée papale, composée même de volontaires catholiques étrangers, suffisante pour maintenir l’autorité du Saint-Père et la tranquillité tant à l’intérieur que sur la frontière de ses Etats ; pourvu que cette force ne puisse dégénérer en moyen d’attaque contre le Gouvernement italien.

Art.4 L’Italie se déclare prête à entrer en arrangement pur prendre à sa charge une part proportionnelle de la dette des anciens Etats de l’Eglise.

Art.5 La présente Convention sera ratifiée, et les ratifications en seront échangées à Paris, dans le délai de quinze jours, ou plus tôt, si faire se peut.

In sintesi: “1. L’Italia si impegna a non attaccare lo Stato pontificio, e ad impedire anche con la forza ogni attacco che dall’esterno venisse contro quel territorio. 2. La Francia ritira le sue truppe entro due anni. 3. Il governo italiano acconsente all’organizzazione dell’esercito pontificio. 4. L’Italia si accolla parte del debito dello stato papale”.

Nel protocollo lo spostamento della capitale da Torino ad altra città: “Protocollo che fa seguito alla Convenzione segnata a Parigi tra l’Italia e la Francia, relativa alla partenza delle truppe francesi dagli Stati Pontifici. La convenzione firmata con pari data fra le loro MM. il Re d’Italia e l’Imperatore dei Francesi non si renderà esecutiva, se non quando sua M. il Re d’Italia avrà decretato il trasporto della Capitale del Regno nella città che sarà ulteriormente determinata da S.M. Questo traslocamento dovrà farsi tra sei mesi a datare dalla detta convenzione.”.

Il ministro italiano degli esteri, Visconti Venosta, controllava tutto da dietro le quinte, e approvava.

Le conseguenze furono subito tragiche per l’Italia. A Torino, il 21 e 22 settembre 1864 scoppiarono violenti tumulti a seguito della protesta della popolazione che non voleva il trasferimento della capitale. Le dimostrazioni terminarono con l’uccisione da parte delle forze dell’ordine di 55 persone ed il ferimento di altre 133, un fatto di sangue che lascerà un profondo segno nella genesi storica della nuova capitale.

La rivolta di Torino.

La storiografia ufficiale dà una versione della sanguinosa repressione della rivolta a Torino che, documentazione successiva, sembra in gran parte smentire.

Come già accennato, una clausola segreta della “Convenzione di Settembre” prevedeva il trasferimento della capitale da Torino in altra città italiana. Va detto che la questione non era nuova ed era già stata dibattuta dal governo italiano. Esigenze amministrative chiedevano che la capitale del regno, che aveva un territorio così esteso longitudinalmente, fosse spostata in un punto più centrale della penisola. Lo avevano chiesto il barone Gioacchino Napoleone Pepoli, nipote di Gioacchino Murat e senatore e ministro del Regno, uno dei delegati della Convenzione di settembre, e Ubaldino Perruzzi, Ministro dell’Interno del governo Minghetti, tra l’altro proprio di Firenze, che ancora nel giugno 1862 aveva asserito che era impossibile amministrare l’Italia da Torino. Voce autorevole era quella di Massimo d’Azeglio che nel 1861, nell’opuscolo “Questioni urgenti”, aveva affrontato la questione proponendo il trasferimento della capitale a Firenze. Insomma, il partito di Firenze Capitale era sorto molto prima della firma della convenzione con la Francia.

Non erano estranee alla scelta altre motivazioni extra politiche e che ancora riflettevano gli umori non sempre nobili e univoci del nostro risorgimento: l’impronta decisionista del piemontesismo, la burocratizzazione della nuova nazione nelle mani dei funzionari del regno sabaudo, la voglia di riscatto dei ceti politici meridionali, un’integrazione funzionale e amministrativa che doveva amalgamare differenti realtà sociali, spesso in contrasto tra loro o quantomeno diffidenti l’una con l’altra. Vecchi rancori mai sopiti pronti sempre a riemergere.

La clausola segreta, come spesso accade in politica e in cronaca, a pochi giorni dalla firma della convenzione perse la sua caratteristica peculiare e venne diffusa da un giornale, la Gazzetta di Torino. L’organo di stampa già il 20 settembre 1864 era uscito con un articolo che caldeggiava lo spostamento della capitale a Firenze, provocando l’opinione pubblica e contribuendo alla vigorosa protesta dei cittadini di Torino. In realtà, i torinesi sapevano che la capitale nel tempo sarebbe stata spostata, ma anch’essi chiedevano e auspicavano la proclamazione di Roma capitale, non certo Firenze. Per questa la sera stessa, diversi comizi in città vedevano la partecipazione dei cittadini che chiedevano ad alta voce “Roma capitale!”.

La mattina seguente, 21 settembre, ancora i cittadini di Torino si radunarono di fronte al municipio scandendo slogan per Roma capitale e bruciando copie del giornale incriminato. Come sempre accade, un gruppo di dimostranti, i più esagitati, si staccarono dal grosso per recarsi a Piazza San Carlo, dove era situata la tipografia della Gazzetta di Torino. Alle continue grida contro i giornali, la Questura, ubicata nella stessa piazza, fece uscire le Guardie di Pubblica Sicurezza che con le sciabole sguainate assalirono i manifestanti, picchiandoli a sangue e arrestandone alcuni.

La situazione precipitò la sera dello stesso giorno. Ancora un corteo spontaneo, invocante la liberazione dei prigionieri, si diresse verso il ministero dell’Interno, situato a Piazza Castello, scandendo ancora grida contro i politici, contro Napoleone e inneggiando a Garibaldi. Tra i cittadini si erano mischiati alcuni provocatori, che sembra non fossero altro che poliziotti borbonici in borghese, fatti venire appositamente a Torino per creare scompiglio e incitare alla rivolta. Il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, nel frattempo, aveva fatto schierare a difesa del ministero gli allievi Carabinieri, giovani inesperti e impreparati che, non si sa per quale ordine, spararono sulla folla senza dare preavviso. Si contarono i primi morti e feriti, mentre la folla si disperdeva tra urla e disperazione. Tra i morti, alcuni avventori seduti all’aperto in un vicino caffè.

La notte stessa, la città fu occupata da circa 20.000 soldati, fatti affluire per il timore di una rivoluzione. Invece, la giornata del 22 settembre trascorse abbastanza tranquilla, fino alla sera. Ancora una volta, a migliaia i dimostranti si radunarono nuovamente in Piazza San Carlo per protestare e ancora una volta gli allievi Carabinieri, schierati a difesa della Questura assieme ai soldati del 17° e del 66° Reggimento Fanteria, facevano fuoco sulla folla. Sul selciato, al termine del fuggi fuggi generale dei manifestanti, molti dei quali trovarono riparo dietro i fanti schierati e increduli di quanto stava accadendo, rimanevano 27 morti e decine di feriti. Una lunga scia di sangue che fece inorridire chi assistette alla tragedia avvenuta nel cuore di una (ex) capitale borghese, pacifica e produttiva. Non si esita, oggi, a definirla una vera e propria strage di stato.

I nomi dei complessivi 55 morti furono individuati dall’allora Ispettore Sanitario Dott. Rizzetti, che consegnò la lista al sindaco: il più giovane era un tipografo di 15 anni, il più vecchio un vetraio di 75, entrambi di Torino, come piemontese era la quasi totalità delle vittime. Tra i feriti anche il Col. Cesare Colombini, ufficiale del 17° Reggimento.

Molti testimoni intravidero dietro la strage provocazioni effettuate ad arte da delinquenti abituali prezzolati dal governo Minghetti, in particolare da Peruzzi e da Silvio Spaventa, sottosegretario all’Interno. La relazione d’inchiesta commissionata dalla giunta municipale di Torino al consigliere comunale Avvocato Casimiro Ara accenna ad un “accordo premeditato al mattino del 22 settembre di alcuni individui male in arnese, non parlanti il dialetto torinese, di abbruciare la sera la Camera dei Deputati”.  A Silvio Spaventa, oltre ad aver sobillato le due parti contendenti attraverso la parola e l’azione di personaggi poco raccomandabili fatti giungere da Napoli, sua città d’origine, è stato attribuito l’ordine di far fuoco sulla folla, fatto che lui stesso ha sempre negato.

23 settembre 1864. Il governo presieduto da Marco Minghetti è costretto alle dimissioni. In questo momento di grave crisi civile, Re Vittorio Emanuele II affida il governo ad un militare, all’istituzione alla quale spesso casa Savoia farà riferimento nei momenti più critici del Regno: il Generale Alfonso La Marmora, fratello di Alessandro, fondatore del Corpo dei Bersaglieri.

Il generale terrà per sé il Ministero degli Esteri, mentre il Ministro degli Interni sarà Giovanni Lanza e alle finanze andrà Quintino Sella.

Il 24 ottobre 1864, la seduta della Camera dei deputati che si tiene ancora a Torino, a Palazzo Carignano, si apre con un annuncio di La Marmora, che è anche uno degli atti più importanti della nostra storia patria: “Signori, …, ho l’onore di dar notizia alla Camera della convenzione conchiusa il 15 settembre fra il Governo italiano ed il Governo imperiale di Francia, dell’annesso protocollo in data dello stesso giorno e della dichiarazione scambiata fra i due Governi il 3 ottobre. Comunico inoltre alla Camera i documenti diplomatici relativi ai negoziati che precedettero tale accordo”.

Al breve ma significativo annuncio del capo del governo, segue l’intervento del Ministro dell’Interno, Giovanni Lanza.

L’on.le Giovanni Lanza è piemontese, di Casale Monferrato, più volte sarà ministro di ala moderata, potremmo inquadrarlo nell’allora centrosinistra. Giolitti dirà di lui che è “il perfetto uomo di buon senso”. Certamente gli sarà riconosciuto da tutti un rigore morale ed un chiaro sentimento di servizio alla nazione che non può che fargli onore. Non saranno poche le volte che porterà il suo contributo alla causa dell’Italia e di Roma. Lo incontreremo anche più tardi, nell’ora più importante.

Ed ecco l’esordio di Lanza in aula: “Signori, il protocollo che va annesso alla convenzione contiene una clausola la quale stabilisce che la convenzione non avrà valore esecutorio se non dal giorno che verrà decretato il trasporto della capitale in altra sede del regno. In adempimento di questa condizione, io ho l’onore, a nome del Ministero, di presentarvi un apposito progetto di legge nel quale è dichiarato il trasporto della capitale, ed è scelta Firenze per nuova sede del regno italiano”. L’ora è storica come poche altre, e Lanza richiama “considerazioni non solamente di alto interesse politico, ma di prudenza” che “consigliano che la Camera si attenga a questo partito”. Lui stesso “si affida nel suo senno per non dubitare che essa approverà la sua proposta”.

La notizia è ora ufficializzata in ambito politico, ma non è più una novità.

Intanto, l’eco delle proteste della coscienza civile di una pur giovane nazione, non possono non investire anche il parlamento italiano.

Pesa come un macigno la rivolta di Torino soffocata nel sangue, e se ne rende interprete l’On.le Mordini che nella stessa seduta del 24 ottobre appoggia con forza la richiesta dell’istituzione di una commissione d’inchiesta, presentata da diversi deputati, la prima di tante altre sulle stragi d’Italia, in quanto non “bastano le inchieste amministrative, e neppur basta, io credo, l’inchiesta giudiziaria…deve ad ogni modo interloquire la suprema podestà politica del paese, è questo è il vero fondamento dell’inchiesta parlamentare”. È una richiesta di “noi deputati di sinistra”, una forza politica che non ha certo i connotati politici assunti nel primo dopoguerra, ma che intende instaurare un rapporto più franco con i cittadini e pretende che “da noi si imprima nella mente e nell’animo della popolazione una piena e riposta fiducia”.

Il governo in un primo momento non è d’accordo. È ancora il ministro Lanza a rilevare che la “discussione per la propria natura e per i fatti veramente dolorosi che dovrebbero farne oggetto, non può non produrre una certa agitazione negli animi, una perturbazione, la quale è a prevedersi che non rimarrebbe chiusa in questo recinto, ma si comunicherebbe al di fuori con danno della cosa pubblica”.

Il momento è delicatissimo. C’è in ballo l’approvazione di una legge che di fatto sancisce un importantissimo trattato internazionale, che coinvolge uno stato amico, la Francia, e uno stato se non nemico, quantomeno di imbarazzante ingombro, lo Stato Pontificio. Il governo italiano sa che gli occhi di tutto il mondo cattolico, e non solo, sono in quel momento puntati su giovane regno. Una concomitante commissione d’inchiesta sulla morte di civili uccisi da fuoco amico metterebbe in gravissimo imbarazzo il nuovo governo e la stessa nazione.

 Il dibattito alla fine mette in luce che anche il governo, in ciò appoggiato dal precedente capo del governo On.le Minghetti, approverebbe l’istituzione di una commissione d’inchiesta, Lanza stesso afferma che “trova naturale che la Camera la faccia onde portare su di essi (n.d.r. fatti) la maggior luce”, quello che chiede è di non “avventurarsi prima dell’esame del trattato in una discussione così penosa”.

Il dibattito parlamentare è vivace. Dopo intervento dell’On.le Chiaves, si delibera l’istituzione della commissione, si discute sulla composizione e si approva la nomina di 9 membri scelti dal Presidente. Come si chiuse la vicenda?

Le conclusioni della commissione d’inchiesta, presentate alla Camera il 5 gennaio 1865, furono le seguenti:
La Commissione,

  1. Lasciando alla competente autorità giudiziaria l’apprezzare ed il punire, per quanto possa essere il caso, le vie di fatto imputate agli agenti della forza pubblica, ritiene che né dai documenti comunicati, né dalle informazioni assunte le risulti che quei fatti abbiano avuto luogo in seguito ad una provocazione che valesse a giustificarli od a scusarli;
  2. Ritiene che i Ministri nelle loro disposizioni, quali risultano dai documenti comunicati non si sono dipartiti dall’osservanza delle leggi;
  3. Deplora che in quelle occorrenze il Governo del Re non abbia spiegato quell’unità d’azione, quell’energia e quella previdenza che erano richieste dalla gravità delle contingenze, e che la Nazione abbia potuto essere indotta in errore circa la natura dei fatti che succedevano in Torino”.

E ancora: “Nei fatti luttuosi che noi deploriamo, e su cui i magistrati pronuncieranno il loro giudizio, non potrà trovarsi altro che il traviamento d’individui dimentichi delle severe esigenze della disciplina militare. E noi ci teniamo certi che i capi dell’esercito sapranno raffermarlo nella medesima perché cresca, degno del popolo libero da cui uscì, nel rispetto alla legge e nella devozione alla Patria”.

La relazione, portata all’attenzione dell’aula il 23 gennaio 1865, non sarà mai discussa.

Le inchieste della magistratura non porteranno ad alcuna condanna: saranno prosciolti tutti i responsabili politici; saranno giudicati ma non condannati alcuni giovani carabinieri, ignaro strumento di manovre politiche.

Il deputato Pier Carlo Boggio, torinese, avvocato e docente universitario, avrà sempre come obiettivo quello di scoprire i mandanti della strage della rivolta di Torino. Presenterà il 25 gennaio 1865 anche una proposta di legge con la quale garantire sussidi e pensione ai familiari delle vittime del 21 e 22 settembre, legge che non sarà mai ammessa alla lettura.

Re Vittorio Emanuele II sarà duramente contestato il 30 gennaio 1865, in occasione del ballo di carnevale a palazzo. Il monarca, amareggiato e deluso da Torino e dai torinesi, abbandonerà la città per trasferirsi a Firenze.

Il 28 aprile 1865, a chiusura della sessione parlamentare alla Camera, l’on.le Pasquale Stanislao Mancini, ancora lui, presenterà una mozione con la quale “La Camera, prima di separarsi, in nome d’Italia, esprime la sua riconoscenza al nobile patriottismo della città di Torino, della sua benemerita guardia nazionale e della sua popolazione, pei grandi servigi resi alla causa dell’italica libertà ed indipendenza, e fa voti che questa causa al più presto consegua il suo compiuto e definitivo trionfo”.

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
1848 – 1865 L’AULA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

1848 – 1865 L’AULA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

La visita di Palazzo Carignano a Torino offre l’opportunità di osservare, protetta da vetrate, la prima aula del Parlamento subalpino, quello formatosi a seguito della promulgazione dello Statuto da parte di Carlo Alberto di Savoia (4 marzo 1848).

All’epoca, in vista delle elezioni che avrebbero dovuto svolgersi dal 24 al 27 aprile, e dell’inaugurazione dell’Assemblea dei deputati, calendarizzata per l’8 maggio 1848, si pose con urgenza il problema del reperimento di una sala adatta ad ospitare i membri eletti. Palazzo Carignano, edificio che aveva tra l’altro dato i natali al futuro Re Vittorio Emanuele II, in quel momento adibito ad uffici pubblici, vantava un’aula al piano nobile, già utilizzata dal Consiglio di Stato, che poteva servire al caso.

Dopo rapidi interventi di ristrutturazione, si giunse alla data di inaugurazione che però, essendo ancora troppo fresco il lavoro di tinteggiatura, fu ospitata nel primo piano di Palazzo Carignano.

E arriviamo al 1860. A seguito dei plebisciti che annettevano al Regno di Sardegna la Toscana, le Marche, Parma e Piacenza, il numero di deputati saliva a 353. Con ancor più pressione, occorreva trovare il modo di ospitare tutti nell’aula di Palazzo Carignano, che ormai mostrava il segno dei tempi. Ancora una volta, fu oggetto di interventi edili e anche di preziosi addobbi: il fregio a stucco che sovrasta la presidenza ad opera dello scultore Davide Calandra rappresentante Carlo Alberto con i figli Vittorio e Ferdinando, un datario ed un orologio francese ai lati dello stesso banco per aiutare le operazioni di verbale.

Il 2 aprile 1860 la prima seduta congiunta venne però tenuta nell’aula del Senato, a Palazzo Madama (Torino), in quanto i lavori erano ancora lungi dall’essere terminati. E già si parlava di Parlamento nazionale.

L’ultima seduta a Palazzo Carignano si tenne il 18 ottobre 1860. Occorreva ora trovare uno spazio per la nuova Camera dei deputati del Regno d’Italia, l’aula del parlamento subalpino non bastava più.

In soli 113 giorni venne realizzata nel cortile dello stesso palazzo un’aula provvisoria, atta a contenere 1.000 persone, compreso il pubblico.

In questa nuova Aula, il 18 febbraio 1861, presenti 443 deputati e 450 ospiti, il Re Vittorio Emanuele II leggerà il discorso della Corona, annunciando l’unità d’Italia “per la concorde volontà dei popoli e il valore degli eserciti”. Il successivo 27 marzo, sarà qui votato l’ordine del giorno che proclamerà Roma capitale d’Italia.

L’aula provvisoria espletò le sue funzioni dal 1861 al 1865. Infatti, intanto che venivano presentati i progetti per la costruzione di una definitiva aula parlamentare, la capitale venne spostata da Torino a Firenze. L’aula provvisoria venne così smontata e parti di essa recuperate per costruire la nuova aula dei deputati a Firenze e, in seguito, a Roma.

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
Festa della Musica a Roma 150 E ROMA SE LA CANTA

Festa della Musica a Roma 150 E ROMA SE LA CANTA

Grazie a #mammaroma e i suoi #figlimigliori per l’esclusivo evento spettacolo organizzato per la Festa della Musica a Roma 150 E ROMA SE LA CANTA. Ph.Maurizio RiccardiIeri dalle ore 19,30 si è svolto il Concerto per Roma in battello sul Tevere di Alberto laurenti, Nadia Natali, i TheRoma, e l’Associazione Nazionale Bersaglieri Roma 2020 Dal Tramonto, navigando il Tevere a bordo della Livia Drusilla di L’altro Tevere, dall’Isola Tiberina a Ponte Nenni. La musica de’roma al tramonto per i romani dall’isola Tiberina al Ponte Nenni lungo il Tevere in compagnia del bersagliere trombettiere, Daniele Ciaglia, che al suon di tromba, e indossando la divisa originale del 1870 ricorderà i momenti che portarono alla liberazione della Città. Non a caso dal Tevere e non a caso nell’anno in cui ci celebrano 150° anni della breccia di Porta Pia. Sono tanti gli affluenti di questo fiume ‘di note’ legato in modo indissolubile alla storia e all’anima della Città. BIO Alberto Laurenti e Nadia Natali, di musica ne hanno vista, creata e fatta tanta. Alberto, cantante e chitarrista, è stato compositore per Gabriella Ferri, Franco Califano, Renato Zero, Tiromancino, non mancando di rivestire anche la figura di produttore. Il suo nome è legato indissolubilmente a canzoni epocali. Nadia, ben nota come voce romana dalle caratteristiche uniche e personalità istrionica, dopo una lunga carriera in TV, per amore del teatro e delle proprie radici, è diventata autrice e interprete di spettacoli che ha portato in scena nei principali teatri capitolini. Ecco, quindi, i TheRoma, un duo il cui progetto musicale affonda le radici nella tradizione, guardando avanti mediante arrangiamenti eleganti e trasversali che ibridano armonie antiche con ritmi e suoni world. Una proposta da non perdere, creata per essere un gioiello incastonato nel tessuto musicale più prezioso della Città Eterna. Un evento in collaborazione con Associazione NazionaleBersaglieri e Roma Best Practices Award Mamma Roma ei suoi figli migliori

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
150 E ROMA SE LACANTA

150 E ROMA SE LACANTA

Ore 19,30 Concerto per Roma in battello sul Tevere di ALBERTO LAURENTI, NADIA NATALI e l’Associazione Nazionale Bersaglieri Roma Dal Tramonto, navigando il Tevere a bordo della Livia Drusilla di L’altro Tevere, dall’Isola Tiberina a Ponte Nenni. La musica de’roma al tramonto per i romani dall’isola Tiberina al Ponte Nenni lungo il Tevere in compagnia del bersagliere trombettiere, Daniele Ciaglia, che al suon di tromba, e indossando la divisa originale del 1870 ricorderà i momenti che portarono alla liberazione della Città. Non a caso dal Tevere e non a caso nell’anno in cui ci celebrano 150° anni della breccia di Porta Pia. Sono tanti gli affluenti di questo fiume ‘di note’ legato in modo indissolubile alla storia e all’anima della Città. Sarà possibile assistere all’evento lungo gli argini del tragitto e dai muraglioni del lungotevere. Alberto Laurenti e Nadia Natali, di musica ne hanno vista, creata e fatta tanta. Alberto, cantante e chitarrista, è stato compositore per Gabriella Ferri, Franco Califano, Renato Zero, Tiromancino, non mancando di rivestire anche la figura di produttore. Il suo nome è legato indissolubilmente a canzoni epocali. Nadia, ben nota come voce romana dalle caratteristiche uniche e personalità istrionica, dopo una lunga carriera in TV, per amore del teatro e delle proprie radici, è diventata autrice e interprete di spettacoli che ha portato in scena nei principali teatri capitolini. Ecco, quindi, i TheRoma, un duo il cui progetto musicale affonda le radici nella tradizione, guardando avanti mediante arrangiamenti eleganti e trasversali che ibridano armonie antiche con ritmi e suoni world. Una proposta da non perdere, creata per essere un gioiello incastonato nel tessuto musicale più prezioso della Città Eterna. Un evento in collaborazione con Associazione Nazionale Bersaglieri e Roma Best Practices Award Mamma Roma e i suoi figli migliori. https://www.facebook.com/theromamusica/ www.theroma.it www.romabpa.it www.bersaglieriroma.it

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano
Video de LA ROMA-NAPOLI-ROMA

Video de LA ROMA-NAPOLI-ROMA

Il 19 settembre scorso il Comitato Organizzatore Roma2020, come da programma, ha accolto nella piazzetta Michelangiolesca del Museo dei Bersaglieri di Porta Pia, il Gruppo “Velocipedisti Storico” dell’Associazione Nova Unione Velocipedistica Italiana ASD, gruppo di appassionati delle imprese storiche ciclistiche giunti da numerose località d’Italia.

Posted by Cecilia Prissinotti in Primo piano